L’Io è morto: è stato lo Stato

Da un lato la sparizione dell’uomo in una società astratta e noiosa. Dall’altro l’aggressività «totalitaria» del capitalismo. Sono i due mali del nostro tempo

Il ristorante è di quelli come tanti, un mangiare non so quanto più salubre, ma che ha perso umanità operosa e ha guadagnato in accessori. Una volta impensabili, come l’impiantino che alita sopra i tavoli il fastidio d’una musichetta. Inutile chiedere di spegnerla o d’abbassarla. Persino nelle banche del resto ogni atrio ha la sua amplificazione; e i ragazzini coi fili pendenti dalle orecchie vagano persi ovunque. E lo stesso discorso vale per i messaggini del telefonino che storpiano le parole, i dvd da guardarsi persino in treno perché la gente non regge neppure più la noia di un viaggio.
Immagini o suoni invadono ora le menti e i cuori, per dare un ritmo che la vita non sa più darsi da sola, o reiterare immagini che la mente non sa più creare. Perché a forza di essere così passivi, e quindi distratti dal tubo catodico di una tv o da musiche negroidi per cui i corpi fremono, si è presi da tutto e da niente. Mossi da istinti che non sono quelli degli animali; ma di macchine sonore o d’immagini. Vere protesi dell’anima, di cui nessuno però si accorge. Anche se sono ben peggio di gambe artificiali o pace maker, perché esse almeno surrogano un difetto del corpo. Invece amplificatori, video, tv, telefonini, calcolatori e altri automatismi atrofizzano un arto sano. Si provi a far fare una moltiplicazione di numeri anche solo di due cifre a un ragazzino, e si verificherà subito che qualcosa in lui s’è atrofizzato.
La presenza di sé alla stessa età era ben altra solo vent’anni fa, perché la vita non devastava la concentrazione e dunque l’io, l’originalità di ognuno. Mai come in quest’epoca tutti si sono pretesi originali, e mai la gente è andata vestita e ha pensato in modi più ovvi e eguali. Il campo delle opinioni si è ridotto a poche isterie noiose di massa; di destra o di sinistra poco importa. Persino il senso del liberismo s’è sbiadito in un’astrazione venale, come l’arte. Questa è la prima evidenza che tutti rifiutano di vedere: l’io umano, ovvero quant’è vera intelligenza e morale nell’uomo, è indebolito, aggredito e la società ne risulta sempre più astratta e noiosa. L’io, quella parola che nessuno può dire ad altro di sé, è pervertito a istinto o isteria di massa, meccanica. Appunto tutti comunicano, ma per ovvio paradosso tutti sono più soli, e debolissimi nel dire.
Lo Stato, soprattutto quello del residuo comunista, è l’altro punto dolente, anch’esso eluso da un’informazione che divulga quanto non sa. Ad esempio il conformismo dava e dà ancora per scontato che la Cina sia un’eccezione da riformarsi: il suo Stato dispotico contraddice, si afferma, globalizzazione e mercato. E dunque l’Occidente dovrebbe solo attendere, adoprarsi per i diritti civili a cui il movimento reale delle cose evolverà. E invece sta accadendo il contrario. Giacché non si è intesa la relazione storica fra Stato ed economia moderna. Quanto si chiama capitalismo, ovvero la misura in denaro degli atti economici, ridotti sempre più a tornaconto, dal suo primo inizio necessita dello Stato. Senza le tasse non vi sarebbe Stato, monetizzazione dell’economia di sussistenza. Persino le guerre sono state un potente movente alla economicizzazione. La quota di spesa pubblica che era circa al 20 per cento prima della Grande Guerra, oggi è circa il doppio ovunque. Il capitalismo infatti sradica dai nessi comunitari e naturali, standardizza e crea plebi le cui invidie non solo sono un potente movente per la pubblicità e la concorrenza, ma sono anche amministrate dallo Stato che le contempera e le standardizza ulteriormente.
In altri termini il lavoro, come il suo oggetto, perdono sempre più funzione individuale, si standardizzano. Tra l’altro nei momenti nei quali il mercato si allarga, si mondializza, il processo si intensifica. E lo Stato lo amministra. Perciò il dispotismo in Cina si può dire più esito che residuo. Già John Stuart Mill era nell’Ottocento ben consapevole del fenomeno. Sosteneva che il capitalismo è standardizzazione e che, impoverendo l’io, gli occidentali rischiavano di divenire tutti cinesi. Quindi con tanto di Stato dispotico a ciò adeguato.
Che cosa sto insomma sostenendo? Che la crescente pressione fiscale, come il monopolio delle emissioni di moneta, sono aspetti della stessa standardizzazione. Che tra Urss e capitalismo novecentesco ci sono differenze di grado, ma non di natura. Ambedue stavano procedendo a fabbricare la felicità delle masse, senza l’io. Indebolendo ogni scelta intellettuale e morale fino a perseguitarla. Certo che tra pubblicità e ospedali psichiatrici, c’è grande differenza. Ma è sempre il controllo delle masse l’argomento, e il dissidio tra i due opposti sistemi concerneva solo gli espedienti felicitizzanti. È quanto i marxisti non hanno mai voluto capire. Gli Stati socialisti erano varianti storiche dei sistemi di dispotismo mercantilista secenteschi. E perciò lo Stato comunista cinese si è adattato bene al capitalismo. Togliere la proprietà privata è servito, in Russia come in Cina, del resto, a sradicare gli elementi individuali della produzione: si è attuata una perfetta propedeutica alla standardizzazione capitalistica.
Si è fatto tabula rasa dell’io dove c’era, o di comunità funzionali a moventi diversi dall’economia. L’agire perfetto per far crescere poi la più disumanizzante società di massa. Insomma quanto sto dicendo è che solo un’attitudine libertaria nuoce al capitalismo. Come movimento reale delle cose, invece, l’esperimento marxista cinese gli è complementare.
Del resto la standardizzazione che minaccia l’io è la medesima che dà per scontate parole ambigue come globalizzazione, euro, comunismo, Stato e mercato, sviluppo sostenibile. Parole ormai giornalistiche, quindi usate per emozionare con un senso che si dà per ovvio, ma evitando purtroppo di pensare. Un esempio: l’euro. È evidente dove porta il monopolio delle emissioni di moneta statali: a un dispotismo della moneta che nulla ha a che vedere col liberismo. I liberisti veri come von Hayek o quelli della vecchia scuola di Chicago erano per il free banking, la libertà d’emissione. I liberisti furono contro la Federal Reserve in America. E alla sua creazione infatti rimproveravano l’aver generato la più grande inflazione e la più grande depressione mai verificatesi. L’euro e l’idea di uno Stato europeo non sono poi diversi nella loro natura dallo Stato che Napoleone o Hitler volevano creare in Europa. Ed infatti Bruxelles è un’enorme burocrazia che detta costituzioni e leggi astratte, e sempre più dispotiche. Si pensi a ciò che succede coi conti bancari in Liechtenstein o con il Kosovo: se ne troverà ampia conferma.
E anche la globalizzazione: ma quant’è non univoco il suo significato quando si abbandonino i luoghi comuni! Gli immani movimenti di popolazione, e l’impoverimento dei redditi che essi producono ad Occidente stanno servendo a una proletarizzazione che rilancia i peggiori statalismi proprio quando i comunisti stessi, ignoranti del movimento reale delle cose, si sentivano invece perduti. E l’ecologismo che cos’è se non il divulgatore zelante di una amministrazione dispotica di aria e acqua e terra che devono essere contingentate perché scarse o in pericolo? Con l’esito di rinforzare il dispotismo statale e i controlli e le burocrazie. E assai meno le coscienze: la percezione della natura degli ecologisti resta la più astratta. Si riduce alla sopportabilità della crescita, a contingentamenti; non recupera percezioni viventi della Natura. Vuole sottometterla a meccanicismi energetici. Ed evolve a dispotismo che distribuisce permessi. Ovvio il suo avvicinarsi ai melanconici falliti del comunismo, ora rincuorati.
Tratteniamoci per ora a questi due risultati. L’io umano è indebolito dalla standardizzazione: essa insidia intimità mai immaginate in precedenza; la capacità di concentrazione e la creazione ne sono indebolite. Gli Stati accumulano più poteri in forma di superstati e peggiorano questa fragilità, con esiti che tendono inevitabilmente al dispotismo. Crescita di Stati i quali creano e amministrano plebi secondo criteri sempre più imperiali, e indebolimento dell’io ad opera di una tecnica che meccanizza la natura esteriore, e l’anima interiore. Fermiamoci per ora a queste due affermazioni. Già il riuscire a dirle bene basterebbe. E ne deriverebbero degli atti necessari, assai più coerenti di quelli che per solito la politica o l’economia o la cultura consuete vanno purtroppo, goffamente, sostenendo.