L’ipocrisia del ciclismo costretta alla fuga

F osse un'azienda, sarebbe il momento della messa in liquidazione. O forse no, siamo già ben oltre: alla bancarotta fraudolenta. Come volevasi dimostrare, anche questo sbandieratissimo Tour della pulizia si conclude in largo anticipo. Si può tirare lo sciacquone. Clamoroso e sconvolgente? Ma per favore. Gli olalà di sorpresa lasciamoli tutti ai francesi, maestri mondiali dell'ipocrisia. Noi che non abbiamo l'anello al naso, che queste loro moine false e cortesi abbiamo sempre odiato, non possiamo che salutare il caso Vinokourov come un terrificante trionfo della verità. Muore in culla, soffocato dal cinismo e dalle bugie umane, il neonato ciclismo della svolta.
Rallegriamoci, nella disperazione: l'ipocrisia francese e l'ipocrisia dell'Uci, la federazione mondiale della bicicletta, si prendono lo schiaffo che si meritano. In tanti l'abbiamo detto, alla vigilia: così non va, così non si fa. Dopo aver mostrato i muscoli nell'edizione dell'anno scorso, cacciando Ullrich e Basso, stavolta hanno fatto partire gente ancora più sospetta e inguaiata. È bastato inventarsi l'idiozia dell'autocertificazione, questo grottesco documento che i ciclisti firmano per affermare la propria onestà (loro, liberi docenti in menzogna spudorata), ed ecco il numero da illusionisti: tutti al via del Tour pulito. Al via Valverde, al via Rasmussen (che si prende pure la maglia gialla), al via Contador (per lui, quella bianca). E al via anche il popolare «Vino»: lui addirittura deborda, facendosi vanto alla vigilia d'essere preparato dal dottor Ferrari, che definire discusso è carineria.
Con queste premesse, con tutta questa polvere sbrigativamente nascosta sotto il tappeto, bastano poche tappe per smascherare il puerile trucco. E rieccoci qui, a babbo morto, tutti quanti convinti che così, davvero, il ciclismo non sia più una cosa presentabile. C'è poco da aggiungere: non sta più in piedi. Era già in ginocchio, adesso è steso.
Si può pure pensare di abbassare la saracinesca per un periodo di tempo. Un anno, due anni, tre anni. Forse, la cosa migliore sarebbe chiudere sino al termine di questa stagione, in modo da rimettere insieme quattro cocci. Facciamolo. Ma nessuno può garantire che poi, dalle ceneri, rinasca davvero qualcosa di più serio e di più credibile. Fosse solo un problema di corridori, basterebbe adottare una mossa: la radiazione. Vinokourov viene preso? Vinokourov cambia mestiere, sempre che ne trovi un altro. Invece, con le regole di oggi, fra due anni può essere di nuovo tra i piedi. Pronto ad essere dipinto dagli ineffabili telecronisti Bulbarelli&Cassani, per fisico e per talento gli eredi naturali di Ollio&Stanlio, come «un esempio da esibire ai giovani che si accostano a questo sport» (proprio l'altro giorno, battuta bellissima).
No, purtroppo non è solo un problema di corridori, di regolamenti, di radiazioni. Qui neppure una chiusura di dieci anni permetterebbe di risolvere la cancrena alla radice, cioè la rimozione di questi cervelli tortuosi che comandano a Palazzo. Questa brava gente che finge di fare pulizia, mandando a casa gli amici dei nemici e tenendosi in corsa gli amici degli amici. Che usa due pesi e due misure. Che distingue tra figli e figliastri. Che invoca la forca contro i corridori italiani e non ha nulla da ridire contro gli spagnoli, tutti a piede libero, senza alcuna inchiesta a carico.
Che ne sarà, allora, del ciclismo? Per un lungo tempo, sarà quello straordinario esercizio di salute e di libertà che un numero sempre maggiore di famiglie pratica sulle strade del mondo. Quanto alle grandi gare, senza televisioni e senza sponsor al seguito, diventeranno sempre più piccole. Come si merita la piccineria dei loro padroni.