L’ipocrisia dell’integrazione

Il padre assassino di Hina – inerme agnella sgozzata con rituali e motivazioni proiettati grazie ai venti della storia dai villaggi pakistani alle terre bianche e civili del Bresciano – si avvale di tutti gli strumenti offerti dal garantismo di una società avanzata e aperta per non sciogliere il grumo di violenza e di ingiustizia ancestrali che vengono da un mondo sideralmente lontano. Non parla, è un suo diritto. In questo, Muhammad è dannatamente moderno, sfrutta le opportunità di un tempo e di un mondo al quale in realtà non appartiene. E col passare dei giorni all’indignazione e all’orrore per quel delitto atroce subentrano le ipocrisie e gli eufemismi di chi si sforza di filtrare la realtà attraverso le rassicuranti deformazioni del «politicamente corretto». L’uccisione di Hina viene isolata e sterilizzata, diventa un «caso personale», uno sciagurato accidente del quale è responsabile in solitario criminale. Scendono in campo i sociologi più o meno improvvisati, gli inquirenti onniscienti, i minimizzatori in pianta stabile i quali si affrettano ad affermare che quanto è accaduto non ha niente a che vedere con una certa diffusa e accettata cultura di talune società musulmane. Si cita il Corano, fingendo di ignorare che le credenze religiose sono una cosa diversa dal costume e dalle forme di spontaneo controllo sociale e che, tuttavia, in molte società musulmane è impossibile distinguere il diritto dalla religione, sicché molti ritengono di adempiere a un dovere mortale e spirituale perpetuando comportamenti che sono un’autentica violazione dei diritti umani, soprattutto delle donne.
Questa è una realtà storica, non è l’utopia sognata dalle anime belle e in diversi Paesi europei le comunità islamiche hanno prodotto situazioni e conflitti che richiamano la tragedia di Hina. Ragazze punite, sfregiate, uccise soltanto perché si erano illuse di poter disporre delle loro vite come le coetanee dei Paesi che le ospitavano. Hina e le sue innumeri compagne erano realmente integrate, ma non lo erano le loro famiglie, padri, fratelli, zii che considerano imbelli gli occidentali e gli europei solo perché, magari, tollerano che le loro mogli e figlie fumino e non si coprano testa, braccia e gambe.
L’ipocrisia è contagiosa. Anche gli esponenti della comunità pakistana in Italia, con qualche ritardo e fatica, si adeguano al «politicamente corretto». A caldo, non appena diffuse le notizie sulla fine di Hina esponenti di quella comunità hanno affermato che l’uccisione della ragazza era stata un atto eccessivo, da condannare e che, tuttavia, il padre doveva aver avuto le sue ragioni se aveva fatto quel che aveva fatto. Una condanna parziale, quindi, cioè una non-condanna. Poi sono arrivate le condanne «senza se e senza ma», perché c’è una linea politica da difendere e sviluppare: quella dell’integrazione certa, ineludibile, foriera di armonia sociale.
Una linea politica e ideologica, certo, non una realtà. Chiunque segua la realtà delle comunità musulmane nel nostro Paese sa che in molti casi queste si chiudono, si arroccano nella loro “diversità”, non nascondendo disprezzo per tanti valori che caratterizzano la nostra convivenza. Tanti musulmani provengono da realtà sociali e politiche nelle quali i diritti fondamentali sono misconosciuti o negati: da noi apprendono quanto possa essere forte l’influenza della legge e usano tutte le possibilità offerte dal garantismo di uno stato di diritto per costruirsi ghetti inattaccabili. Usano libertà che non avevano mai conosciuto per realizzare cittadelle d’intolleranza.
Lo scontro di civiltà non è fomentato dalle nostre aperte società occidentali, ma da settori – quanto consistenti? – delle comunità musulmane.
Una rapida integrazione è possibile? È possibile favorirla «per decreto», riducendo, ad esempio, i tempi d’attesa per la concessione della cittadinanza?
E poi, basta la concessione della cittadinanza a determinare l’adesione piena e incondizionata ai valori fondanti della società ospitante? E questa adesione non dovrebbe, invece, precedere la naturalizzazione?
L’Inghilterra e la Francia, come dimostrano le cronache, contano tanti «cittadini nemici», o almeno cittadini che mitizzano un «altrove» ostile alla Francia e all’Inghilterra. Quante Hina dovranno morire, quante ragazze dovranno intristire sotto veli imposti e rigori familiari perché si possa riflettere senza pregiudizi ideologici su un’integrazione quanto meno problematica?