«L’ipocrisia di Penati Vuol piegare la storia alla sua propaganda»

Il prezzo dell'ipocrisia. L’intelligenza del presidente Filippo Penati non gli consente certo di credere alle furibonde accuse che ha rilasciato alla stampa contro di me: sostenitore dell’ideologia della Repubblica sociale italiana, uso illecito degli strumenti della democrazia per fare l'apologia della medesima e, quindi, offesa alla dignità dell’istituzione Provincia e a Palazzo Isimbardi, casa dei milanesi, ai quali dovrei chiedere scusa, etc. etc. Penati sa bene che, nella storia, ciò che è accaduto non è più evitabile e ciò che è morto non è risuscitabile. A noi tocca semplicemente capire cosa e come sia accaduto, quali forze abbiano interagito, cause ed effetti: un lavoro di conoscenza storica ascoltando superstiti testimoni, analizzando i fatti, discutendo con serenità. Un lavoro scientifico: per sapere chi siamo stati, chi siamo, chi saremo. Noi, noi tutti, l’umanità intera. È quel minuscolo tassello che, nel nostro piccolo e in tutta umiltà, abbiamo cercato di tirar fuori, lunedì pomeriggio a Palazzo Isimbardi, prendendo spunto da un libro («Arditi del ’44» che racconta la legione Ettore Muti nella Milano del 1944, ndr). Se non che qualche inflessibile guardiano della purezza del pensiero unico ha subito imbracciato il moschetto della censura, facendo la solita confusa gazzarra tra storia e politica, ricerca scientifica e propaganda elettorale, all’insegna della bufala di moda: il revisionismo. Il libro, il moschetto, il guardiano fascista perfetto. Spiace che il presidente Penati se ne sia fatto portavoce. D’altronde le democrazie, diceva Georges Bernanos, non possono fare a meno di essere ipocrite più di quanto i dittatori possano fare a meno di essere cinici.
capogruppo An in consiglio provinciale