L’ippica dovrebbe contare sul montepremi garantito

Ho ripetuto e argomentato sulla doverosa necessità di un intervento di natura economica da parte dello Stato a favore dell’ippica, specificamente a favore del montepremi, unica risorsa a disposizione dell’allevamento italiano. Vorrei sviluppare e ampliare il ragionamento. Le entrate del bilancio Unire sono costituite dai cosiddetti prelievi, cioè sul gioco che si effettua sulle corse dei cavalli, sul quale viene prelevata una percentuale del 29% circa. Su cento euro giocati circa 29 costituiscono il prelievo. Di questi 29 euro, una parte va allo Stato come imposta unica, il 4,5% sul movimento. Una ulteriore quota percentuale va alla remunerazione per la raccolta delle giocate. All’Unire rimangono su ogni cento euro giocati circa 12-13 euro. Le percentuali di cui sopra sono arrotondate, pertanto indicative. Dal movimento complessivo generale, arrivano alla fine a disposizione del bilancio Unire dai 400 ai 450 milioni di euro l’anno, costituenti la fonte quasi unica di entrata dell’Ente, con la quale soddisfare le varie esigenze. Le uscite dell’Ente, sono gli stipendi dei dipendenti, le spese per l’affitto e la gestione della sede - non avendo l’Unire una sede di proprietà - le consulenze esterne, per i funzionari, le giurie per le corse, il servizio antidoping eccetera. Una seconda imponente voce di spesa è regolata dalle cosiddette convenzioni tra l’Unire e le Società di corse. Convenzioni che comportano uscite stabilite da percentuali sul movimento, da compensi per l’utilizzo del segnale televisivo da parte dell’Unire, da oneri provenienti dal cosiddetto fondo impianti parametrati con un meccanismo prederminato a punti, per uso del centro di allenamento e quant’altro. Successivamente alle due robuste potate di cui sopra, ciò che rimane costituisce il montepremi. A questo punto si realizza quello che definirei un «ingorgo istituzionale». Se, a causa della concorrenza di altri giochi, il movimento dovesse ancora scendere - cosa più che probabile - magari soltanto temporaneamente per effetto della andata a regime della nuova rete di raccolta, il solo a subirne conseguenze negative sarebbe il montepremi. Può un Ente deputato e creato allo scopo primario del miglioramento e l’incremento delle razze equine per effetto di aberranti meccanismi di spesa così singolarmente congegnati trovarsi nella condizione assurda di non avere più le risorse per un montepremi adeguato alle necessità dello sviluppo dell’allevamento? Ove la diminuzione del gioco dovesse persistere e da transitoria diventare trend negativo, potremmo arrivare all’assurdo del montepremi ridotto anche e oltre la metà e le Società di corse continuare a percepire per effetto della convenzione quasi gli stessi soldi di prima. La questione deve essere affrontata urgentemente attraverso uno strumento legislativo, statutario o regolamentare che tuteli il montepremi nell’interesse generale e dell’allevamento italiano. È necessario un intervento normativo che attribuisca i «minimi garantiti del montepremi» attraverso l’attribuzione a questa voce di spesa di una percentuale irriducibile delle entrate dell’Ente, inattaccabile ed indifferente alle evenienze economiche dell’Unire: mi pare si tratti di un obbligo morale, oltre che istituzionale, al quale il Commissario ed il ministro non possono sottrarsi.
*consigliere dell’Anact (Associazione nazionale allevatori del cavallo trottatore)