L’ippica trova giustizia sui banchi dei tribunali

L’ippica si è trasferita nelle aule dei tribunali? No, tranquilli, non sono state ancora organizzate corse di cavalli nei corridoi dei palazzi di Giustizia, se ne svolgono già tante, troppe, negli ippodromi italiani, ma nell’ultimo periodo si è avuto un numero senza precedenti di ricorsi promossi nei confronti dell’Unire per cui alcune riflessioni mi sembrano doverose.
Anzitutto una tale proliferazione del contenzioso è un ulteriore indice del malcontento che serpeggia nel settore che, a mio avviso, paga oggi il prezzo della scellerata decisione di toccare la «Legge Mangelli», normativa che aveva permesso lo sviluppo per oltre cinquant’anni dell’intero comparto, basato sul principio dell’autofinanziamento.
Inoltre sono stati aboliti gli enti tecnici ed all’interno dell’Unire non sembrano cresciute professionalità adeguate, tanto che recentemente, nonostante il folto organico, si è fatto ricorso a consulenti tecnici esterni, decisione peraltro subito cassata dall’intervento del Tar.
In questa pochezza tecnica si è giunti così persino, cosa gravissima, a cancellare una serie di convegni di corse per un guasto del totalizzatore nazionale e quindi per la mancata raccolta del gioco, come se la scommessa fosse il fulcro dell’ippica e non il contrario, calpestando i diritti degli operatori e degli spettatori che volevano e potevano partecipare ed assistere allo spettacolo delle corse anche «no betting». La vicenda avrà anch’essa certamente un seguito nelle aule di Tribunale.
Ma la bufera giudiziaria e soprattutto la recente sentenza del Tar di Firenze, che di fatto ha cancellato le convenzioni Unire-Ippodromi, ha aperto un importante spiraglio per gli operatori ippici che hanno ora l’occasione per riappropriarsi di ciò che è stato tolto dal montepremi.
La questione, estremamente delicata, merita un particolare e urgente approfondimento giuridico in quanto nelle scelte future dovrà tenersi necessariamente conto della legittimazione attiva degli allevatori e degli altri operatori, a mio avviso sussistente, a tutelare i propri interessi legittimi nei confronti dell’Unire, anche impugnando in sede giurisdizionale un eventuale provvedimento come quello annullato dal Tar di Firenze.
L’Anact (Associazione nazionale allevatori del cavallo trottatore) nel luglio scorso ha lanciato un forte segnale d’allarme, richiamando l’attenzione del ministro delle Politiche agricole Gianni De Castro su alcuni dati che dimostrano come nel giro di pochi anni vi è stato un decremento del montepremi di circa il 40% e un corrispondente incremento dei contributi agli ippodromi, oggi annullati dalla sentenza del Tar.
Occorre quindi proseguire in questa direzione per la salvaguardia del patrimonio ippico italiano e per rispettare le norme dello statuto Unire che, forse è bene rammentarlo, sta per Unione nazionale incremento razze equine.
*consigliere dell’Anact (Associazione nazionale allevatori del cavallo trottatore)