L’ira di Berlusconi: «È quasi un colpo di Stato»

Adalberto Signore

da Roma

«Ci hanno messo solo un mese a completare l’organigramma...». Chiuso nella saletta di Montecitorio riservata agli esponenti del governo, Silvio Berlusconi fissa lo schermo che rimanda le immagini dell’Aula. Fausto Bertinotti ha appena scrutinato il voto che dà a Giorgio Napolitano la certezza di aver superato il quorum necessario a diventare l’undicesimo presidente della Repubblica e dai banchi del centrosinistra si leva un lungo applauso. Il Cavaliere scuote la testa, un misto di rabbia e amarezza. Perché, confida ai suoi, «questa non è solo una sconfitta della Casa delle libertà ma di tutto il Paese». Berlusconi parla di «atto di forza» dell’Unione, di «imposizione» della maggioranza e si dice «indignato», perché «dopo una vittoria elettorale che definire al fotofinish è poco, si sono accaparrati prima la presidenza della Camera, poi quella del Senato e infine il Quirinale». E visto che «anche magistratura, Csm, giornali, sindacati, banche, scuola e università» sono «in mano loro», oggi «hanno chiuso il cerchio». Insomma, «quasi un colpo di Stato».
Dalle parole del Cavaliere, però, emerge anche un misto di malinconia e inquietudine. Che ben percepiscono i tanti parlamentari che gli si fanno incontro in Aula, quando entra per votare durante la seconda chiama. È con loro che si sfoga dopo una veloce stretta di mano con Romano Prodi. «Non avrebbero dovuto metterci in questa condizione. Sulla persona di Napolitano non c’è nulla da dire e confido che si comporterà in modo imparziale, ma - riflette - è chiaro che mai avremmo potuto votare qualcuno che ha mezzo secolo di militanza comunista alle spalle. Sarebbe equivalso a legittimare il Pci». E ancora: «È un giorno triste. Sono amareggiato, in questo momento mi manca l’entusiasmo...». «Eppoi - insiste - avevamo proposto Gianni Letta, che non è iscritto a nessun partito e ha un alto senso dello Stato. Ma ci hanno messo davanti a un muro solo perché non è uno di loro. Pensate, alcuni leader della sinistra lo hanno anche chiamato per dirgli che era la persona giusta...». Poi il Cavaliere si congeda dai suoi e passa per i banchi di An, dove si ferma a stringere molte mani fino ad arrivare a quella di Gianfranco Fini, con cui si siede a parlottare alcuni minuti. Lascia l’Aula solo quando Bertinotti inizia lo scrutinio, per ritirarsi nella saletta del governo. È qui che assiste allo spoglio e butta giù di suo pugno una breve dichiarazione che leggerà di lì a pochi minuti dalla proclamazione: «Vorrei esprimere gli auguri di buon lavoro al presidente Napolitano, auspicando che intenda svolgere il ruolo che la Costituzione gli assegna con vera imparzialità».
Agli auguri, però, segue un lungo corollario. Nel quale ribadisce «il convincimento» che ci siano stati brogli. E ancora: «C’è il Paese che produce, quello più attivo e positivo che adesso si sente escluso dalle istituzioni. E questo non credo che sia positivo nemmeno per la sinistra». Poi, torna sulla scelta di votare scheda bianca, una «strategia fruttuosa» anche se «c’è stata un po’ di dialettica» tra gli alleati. Categorico, invece, su Massimo D’Alema: «Sostenere che potessi votarlo è una menzogna che mi offende, pura follia». E glissa su Pier Ferdinando Casini (che definisce «un errore» la posizione della Cdl) perché «non rispondo alle frasi degli altri». La bufera con l’Udc, però, scoppia qualche ora più tardi, dopo che le agenzie di stampa battono l’anticipazione di un’intervista a Panorama (immediatamente smentita) nella quale il Cavaliere avrebbe definito i centristi «traditori» per i 60 voti mancati a Letta nella prima votazione.
Il pomeriggio Berlusconi lo passa per le vie di Roma, a passeggio tra gli antiquari di via dei Coronari e piazza Navona. E ripete che «l’opposizione sarà seria e consapevole» ma userà anche «i mezzi della sinistra», a partire «dall’ostruzionismo» fino allo «sciopero» fiscale «nel caso di provvedimenti fortemente lesivi degli interessi del Paese». La sintesi l’affida a una citazione: «Resistere, resistere, resistere». Poi, un auspicio: «La costituzione del partito dei moderati di centrodestra». E un monito: «Abbiamo la maggioranza del Paese, ma è silenziosa. Attenzione a non farla esplodere».
Ma con un cronista dell’Agenzia Italia che lo segue da anni si lascia andare: «La botta è pesante, sono vecchio e a volte mi viene voglia di mollare, di tornare a casa. Ma non so chi possa prendere il mio posto e allora...». Si rianima un po’: «Bisogna difendere gli interessi degli italiani che ci hanno votato. In Senato sarà una dura battaglia, è arrivato il momento di sapere su chi posso contare. No, non mi muovo, resto a lottare».