L’ira di D’Alema su Fassino «Ora al governo ci vada lui»

L’accusa: per tenere la guida del partito, ha giocato male la partita di Montecitorio

Laura Cesaretti

da Roma

Ieri anche l’«amico Vladimir», non nel senso di Luxuria ma di Putin, ha chiamato Prodi. Così, dopo le congratulazioni di Bush, di Hamas, di Gheddafi, di Giscard e di vari altri statisti, al Professore manca praticamente solo la telefonata che Berlusconi non vuol fargli: «Ma va bene anche così», dice lui. Poi aggiusta il tiro: «No, non va bene, ma fa lo stesso».
Di telefonate però al premier tutt’ora in pectore tocca farne e riceverne molte altre, meno gratificanti. Perché la partita dentro l’Unione si è tremendamente ingarbugliata e l’unico punto fermo al momento è Bertinotti alla Camera (e il conseguente furore dei ds). Su Marini al Senato, invece, incombono il fantasma di Andreotti e della «forsennata campagna acquisti» che la Cdl starebbe conducendo a Palazzo Madama. «Prodi si muova, deve aver chiaro che se salta Marini vuol dire che questa maggioranza non esiste, e il secondo che salta è lui», avvertono dalla Margherita. Anche se un altro dirigente dl si lascia andare ad una battuta: «Per carità, meglio che del Senato non si occupi Prodi. Altrimenti chissà come finisce...».
Circolano veleni a fiumi, nell’Unione, e non c’è una versione dei fatti che concordi con quella degli alleati. Fassino, Rutelli, D’Alema e pure l’outsider Veltroni fanno tutti sapere che la loro priorità è il «partito democratico», oggetto al momento inesistente ma a loro parere fondamentale per i destini del centrosinistra, e per la sua futura leadership. Vorrebbero tutti «gestirne il cantiere», e tenersi le mani libere dal governo, con l’eccezione di Fassino che farebbe volentieri entrambe le cose. Anche Prodi, però, farebbe volentieri il doppio lavoro, e allo scopo vorrebbe imbrigliare tutti i concorrenti (tranne il sindaco di Roma che è incompatibile) dentro il suo futuro esecutivo. Ma quell’esecutivo ancora non prende alcuna forma. «Sul governo si è bloccato tutto», confidano gli uomini del Professore. Per colpa, dicono, dello scontro tra D’Alema e Fassino, perché «se Massimo si è giocato Montecitorio è anche a causa della partita poco chiara condotta dal suo segretario, che si è mosso con la priorità di assicurarsi gli Esteri, mantenendo anche la segreteria». Ora, spiegano, D’Alema «vuole una resa dei conti, dice che lui al governo non entra e che Fassino deve andarci e mollare il partito». A lui. I rutelliani confermano: «C’è alta tensione nei ds, D’Alema sta sull’Aventino. Ma c’è ancora un mese di tempo per il governo, e se parte un pressing collettivo anche i suoi dicono che potrebbe ripensarci e prendersi la Farnesina». A Repubblica D’Alema dice che al governo non va «nemmeno morto», poi nel pomeriggio smentisce: «Non lo direi mai, è una menzogna. Quanto al governo vedremo: non abbiamo un premier incaricato, non si sa chi sarà il prossimo Presidente della Repubblica e volete già lottizzarlo?». La smentita rassicura i fassiniani: «Perfetta, meno male: la partita è ancora aperta. Non possiamo permetterci un governo nel quale non entrino D’Alema, Fassino e Rutelli». E nel quale i ds non siano il «baricentro politico», come dice la fassiniana Sereni. Anche D’Alema ricorda che ora Prodi deve «riflettere» sul credito accumulato dalla Quercia grazie - spiega la fan dalemiana Livia Turco- al «gesto di straordinaria generosità e intelligenza» da lui compiuto. E mentre Mastella minaccia di andarsene dall’Unione, a Prodi resta l’unico punto fermo di Bertinotti.