L’ira degli «autoconvocati» «Ormai siamo all’anarchia»

Buontempo infiamma la platea, Pedrizzi contestato. Ma i leader non si presentano

da Roma

Molti vuoti tra le poltrone rosse del teatro Anfitrione, all’Aventino. L’«autoconvocazione», lanciata dalla rivista «La Destra» alla base di An per «contare, discutere, proporre e dare la sveglia» ai vertici di un partito in crisi di identità, non è stato insomma raccolto da tutti. Forse, sussurra qualcuno, dai «colonnelli» è arrivato il consiglio di disertare un appuntamento scomodo a pochi giorni dall’assemblea nazionale. Tra i volti noti spiccano Donna Assunta Almirante, il deputato Teodoro Buontempo, il senatore Riccardo Pedrizzi e il sottosegretario alle Infrastrutture Silvano Moffa. Editore e direttore della rivista, Luciano Lucarini e Fabio Torriero, aprono il «meeting» dei delusi. Torriero, parafrasando Nanni Moretti, invita Fini a «dire qualcosa di destra». E se il regista aveva ammonito i vertici del centrosinistra vaticinando che «con questa classe dirigente non vinceremo mai», per Torriero è la destra che «con questa classe dirigente non vincerà più». Dal palco del teatro simpatizzanti, militanti e presidenti di circoli di mezza Italia esprimono il malcontento di un partito «senza guida», e si dicono insoddisfatti di tutto. Di Fini, dell’esecutivo di An, del crollo dei consensi e della confusione sui valori condivisi. E persino della scarsa partecipazione all’incontro di ieri.
C’è Federico Rocca, giovane consigliere del XV municipio di Roma, che allarga sconsolato le braccia ricordando la metamorfosi di un partito dove ormai «si dice tutto e il contrario di tutto, pur di non scontentare nessuno». Col risultato che una forza politica che un tempo considerava valori «l’ordine e la disciplina», prosegue Rocca, «ora non è più un partito, ma un movimento anarchico» che nella «disperata ricerca di consensi» ha dimenticato la propria anima. Il pericolo, avverte il giovane militante, è che se non si cambia rotta «saranno molti a salutare il partito, e purtroppo senza rimpianti». C’è il focoso presidente del circolo Guareschi di Avezzano, Giancarlo Lo Re, che racconta di quando nel ’79 decise di lasciare la Dc «perché schifato dalle correnti», e che adesso che in tasca ha la tessera di Alleanza nazionale riscopre la paura di «dover morire democristiano».
E tra tante voci della «base», quella che si alza più forte è di Teodoro Buontempo. Mentre per gli altri «politici» sono più i fischi che gli applausi (in particolare per Pedrizzi che, duramente contestato, ha preferito interrompere il suo intervento), Buontempo incassa la standing ovation dei «basisti» presenti. Er Pecora strappa applausi quando reclama il «rispetto» dei vertici del partito verso la base, «a cominciare da Fini», o quando lancia i suoi strali contro le «ignobili correnti che hanno soffocato la vita di An». Ringrazia i presenti per «l’atto rivoluzionario in un partito che ha dimenticato i valori della partecipazione e della democrazia», e ammonisce: «Ci vuole una Fiuggi due, per riconfermare i valori per i quali è nata An». D’altronde, ironizza Buontempo, se a Roma «eravamo al 34 per cento e ora siamo al 19 per cento qualcosa avremo sbagliato». La medicina? «Un’opposizione interna, che nasca magari dalla base». E infine, il «no» al partito unico, definito «una scialuppa di salvataggio per una classe dirigente che dovrebbe finire sul banco degli imputati per quello che ha fatto al partito», e un messaggio a Fini: «Vuole un coordinatore? Non lo nomini lui, lo lasci votare a noi».\