L’ira dei passeggeri: «È assurdo Sulla Casilina sarà il collasso»

«Dirottare il traffico dal ferro alla gomma è un danno Se il Comune non cambia idea scenderemo in piazza»

Del caos di Termini non resta che un ricordo fumoso una volta arrivati al capolinea Laziali della Roma-Pantano. In pieno quartiere Esquilino, a poche decine di metri da piazza Vittorio, incastrati tra negozietti di cinesi e parcheggi multipiano, partono i treni che ogni giorni tengono 35mila pendolari lontani dalla tentazione del mezzo privato. Sono da poco passate le 10, il posto a sedere si trova, seppure contromarcia. Otto minuti di attesa, le porte si chiudono e Porta Maggiore è già all’orizzonte. Si attraversa il Pigneto e i vagoni si riempiono di volti e di voci, in maniera costante, regolare. C’è chi parla al telefono, chi legge, chi chiacchiera: è un microcosmo di pendolari che su quel trenino pieno di storia ha trascorso un piccolo pezzo della propria vita, sempre con un lampo di sollievo negli occhi. E uno sguardo distratto lanciato verso la via Casilina intasata di lamiere, che il treno costeggia e accompagna fino a Pantano. Almeno per tre mesi ancora.
Poi, da luglio, anche a quei passeggeri toccherà inoltrarsi nel groviglio, costretti a muoversi a passo d’uomo in macchina o in qualche cantuccio di un sovraffollato jumbo-bus. Perché non c'è ora di punta che tenga: su quella lingua di strada che di consolare conserva soltanto il nome, il traffico c’è sempre. E via via che la strada si restringe, mentre ci si lascia la capitale alle spalle, la coda si infittisce. La fermata Giardinetti, l’ultima che rimarrà operativa, è un caso di scuola, uno di quelli che andrebbero inseriti nei libri di testo: da una parte c’è il trenino che prosegue indisturbato la sua corsa, correndo parallelo a parcheggi di scambio senza neanche un posto libero; dall’altra vetture di ogni dimensione, motorini, camion e pullman i cui occupanti possono soltanto immaginare cosa li aspetta da lì fino al centro. È una loro scelta, è vero, ma a breve l’alternativa non esisterà nemmeno.
«Dirottare i pendolari sul trasporto su gomma è un’alternativa assurda - protesta Fabrizio Conto, un cittadino come tanti che la Roma-Pantano la prende ogni giorno - si sta per fare un danno enorme a una zona estesa, almeno fino a quando sarà pronta la linea C». Le reazioni alla notizia della chiusura del tratto sono una cantilena sempre uguale: prevedibile, scontata, senza dissonanze. Ovvia per tutti tranne per chi ha deciso di adottare una misura così drastica dopo aver speso, appena due anni fa, tutti quei soldi. «Da Pantano a Grotte Celoni sarà il collasso, ci posso mettere la mano sul fuoco», assicura Alessio C., 24 anni. E qualcuno preannuncia misure drastiche, trovando ovunque cenni di consenso tra i passeggeri, specie tra quelli che della chiusura non sapevano niente e che non hanno avuto il tempo di digerire l'amaro boccone. «Se il Comune non cambia idea - dice Vittorio - siamo pronti a scendere in piazza». Sono battaglieri i residenti del Municipio VIII, all’occorrenza sanno come farsi sentire. Il 6 marzo del 2006, cinque giorni dopo l’inaugurazione in grande stile di Veltroni, avevano invaso i binari di fronte all'ennesimo blocco della linea dovuto a un sovraccarico. E non si è trattato di un caso isolato.
Intanto il convoglio arriva al capolinea, scarica il suo torrente di pendolari, ne imbarca altrettanti e riparte verso Roma facendo incetta di ricordi. Tra qualche mese resteranno solo quelli.