L’ira dei Radicali: "Ingannati dal Pd"

Pannella e Bonino accusano Veltroni di aver tradito il patto sulle candidature: tre su nove sono a rischio. L’accordo garantiva le posizioni più incerte anche in caso di sconfitta. Poi la minaccia: a queste condizioni non corriamo

Roma - «Pacta sunt servanda»: ai radicali Walter Veltroni ha garantito l’elezione di nove parlamentari sotto il suo simbolo.
Ma quando lunedì notte Marco Pannella ed Emma Bonino hanno visto le posizioni in lista dei loro candidati, hanno capito che la garanzia non c’era più. «Su nove, almeno tre sono quasi certamente fuori dal novero degli eletti», spiega Pannella. Che assicura al Pd: «Non ci fotterete». I radicali vogliono andare fino in fondo per far rispettare «il patto», pronti a contestare al Pd anche le «responsabilità giuridiche» del mancato accordo. E a chiamare in causa, annuncia Pannella, i «massimi garanti» della «Costituzione materiale», quella di cui fa parte una legge elettorale che consente ai «partiti parastatali» di «nominare» gli eletti in Parlamento. A cominciare dal presidente Napolitano: ieri mattina, infatti, quando lo stato maggiore radicale si è accorto del «pacco» che il Pd gli stava rifilando, dalla sede di Torre Argentina è partita anche una telefonata diretta al Colle, per informare il capo dello Stato della situazione. E il Quirinale si è rifatto vivo in serata con Emma Bonino.

Cosa possa fare il capo dello Stato per esercitare la propria «moral suasion» sulle liste del Pd, non è chiaro. Quel che è certo è che nel loft veltroniano ieri c’era molta irritazione. E non tanto verso i radicali, che fin dal mattino minacciavano di rompere l’intesa, con la Bonino che in diretta da Radio radicale annunciava: «Non intendo candidarmi in Piemonte». No, l’irritazione era rivolta piuttosto verso Dario Franceschini, il vicesegretario del Pd, ex Margherita, che presiedeva il tavolo delle candidature. «Fino a stamattina - spiegano in casa veltroniana - Walter non aveva le liste definitive: stavano nel computer di Dario, per gli ultimi ritocchi. E alla fine abbiamo scoperto che le aveva riempite di suoi fedelissimi in posizioni supersicure».

A farne le spese sono stati anche i radicali, slittati in circoscrizioni marginali. «I nove eletti radicali ci sono», cercava di rassicurare Veltroni, e se c’è qualche problema «lo approfondiranno quelli che si stanno occupando delle liste». Affermazione che i pannelliani hanno letto come disponibilità del leader Pd a rivedere le situazioni a rischio, che sarebbero tre: Maria Antonietta Coscioni, vedova di Luca, candidata in Friuli, Matteo Mecacci, Lazio 2, sono in posizioni considerate «impossibili» e Elisabetta Zamparutti (compagna di Sergio D’Elia, il leader di Nessuno tocchi Caino, escluso dalle liste Pd per il suo passato in Prima linea) in Basilicata. I radicali raccontano di aver ricevuto rassicurazioni dal Pd, e a riprova mostrano un fax inviato dal loft, nel quale si spiega che, grazie al gioco delle opzioni di chi è candidato in più circoscrizioni, anche le posizioni incerte saranno garantite. «Anche in caso di sconfitta elettorale», si legge nel fax. Pannella però non si fida affatto: «Devono darci le posizioni più protette, perché se gli eletti saranno 8 anziché 9 il patto viene tradito», tuona. «Evidentemente la presenza radicale viene considerata così esplosiva che anche nove eletti sono troppi», rincara Bonino. Ma l’ala ex Ppi del Pd, che ha digerito malissimo l’ingresso della pattuglia pannelliana, ha fatto muro. «Le liste sono state votate ieri dal coordinamento nazionale e ora sono immodificabili», ha tagliato corto Franceschini. «Chi ha problemi può decidere di non entrare in lista», infieriva il capogruppo Soro.

Lasciando capire che, all’ala cattolica, una rottura con i radicali non dispiacerebbe granché. Il veltroniano Bettini, garante «politico» dell’accordo voluto da Veltroni, ha dovuto prendere atto che qualsiasi ritocco a questo punto sarebbe esplosivo per un Pd già in fibrillazione dalle Alpi alla Sicilia sui criteri delle candidature. E ha avvertito i radicali: «È impensabile riaprire ora la trattativa. Sta a loro dimostrare se davvero vogliono partecipare a una avventura comune o se considerano le liste del Pd un mero strumento per conservare se stessi».