L’ira dei rom: «No ai villaggi lager»

E ora hanno scelto di «non starci più». Dopo un «patto per la sicurezza» firmato altrove e passato sopra la loro testa, i rappresentanti delle comunità rom capitoline hanno deciso di far sentire la propria voce. Ed è una voce che si leva imperiosa, per denunciare il clima di discriminazione che li circonda - frutto, come spiegano, anche di un approccio errato al problema da parte del Campidoglio - e soprattutto, per dire no ai quattro «villaggi della solidarietà» che dovrebbero sorgere alle porte di Roma. Quattro nuovi maxi-insediamenti previsti dal Piano firmato lo scorso 18 maggio dal sindaco Veltroni e dal ministro dell’Interno, Giuliano Amato: «Sarebbero dei nuovi lager - avvertono -, decisi senza consultarci. Nessuno ricorda che ormai siamo stanziali per il 95 per cento, ma in Italia per noi i campi di concentramento esistono ancora».
Teatro dello sfogo delle varie comunità, ieri mattina, la Facoltà di Statistica de «La Sapienza», dove si è tenuto l’incontro moderato dal docente universitario Marco Brazzoduro (che da anni si occupa della tematica). Il primo a parlare è Meo Hamidovic, rappresentante del mega-insediamento di Castel Romano sulla Pontina, dove il 14 settembre 2005 vennero trasferiti gli sgomberati dal campo di Vicolo Savini («in cui vivevamo come bestie», ricorda qualcuno). Mille persone «residenti» in 220 container, all’interno della riserva naturale di Decima-Malafede. Inquietante il quadro che dipinge Hamidovic: «Due anni fa, quando ci trasferirono qui, lo facemmo in maniera pacifica. Ma le nostre condizioni di vita sono spaventose: i nostri bambini vanno a scuola a 25 chilometri dal campo, in XI municipio. L’insediamento è completamente esposto al sole e manca l’acqua potabile, che viene distribuita per sole due ore al giorno attraverso un pozzo». E che è putrida e inquinata, come appariva ieri quella nelle due bottiglie «campione» esposte sul tavolo della conferenza. «La etichetteremo come “Acqua della fonte della solidarietà“ - conclude l’esponente della comunità rom Korahanè - e domani ne faremo omaggio alle autorità (sindaco, presidenti dell’XI e XII municipio, consiglieri comunali) che parteciperanno alla serata (a base di musica e cibi rom, ndr) organizzata per far prendere loro coscienza di come viviamo. Veltroni segua l’esempio di Genova, dove ai rom sono state concesse quelle case popolari per cui alcuni di noi hanno fatto richiesta già dal 2000. Un provvedimento che ha consentito di chiudere i campi».
«Chi a Roma - commenta l’artista rom abruzzese, Bruno Morelli - si riempie la bocca di parole come “intercultura“, “accoglienza“, “apertura“, poi si perde alla prova dei fatti, proponendo soluzioni come i villaggi della solidarietà: un modo gentile per definire quelli che saranno nuovi strumenti di controllo sociale e repressione». Ma le testimonianze vanno avanti per oltre due ore: da Graziano Halilovic del campo «La Barbuta» di Ciampino, che che si chiede come avverrà il trasferimento nei nuovi campi («deportandoci in massa?») e denuncia il fallimento delle politiche comunali d’integrazione scolastica, a Najo Adzovic dello storico campo «Casilino 900» («non avremo più diritti né futuro. Non siamo tutti delinquenti. È tempo di reagire») fino a Decebal, romeno dell’insediamento non autorizzato di Quintiliani, che se la prende con Veltroni: «Ha fatto venire qui i poliziotti romeni. Gli stessi che già venti anni fa distrussero le nostre case in patria». Un altro residente di Castel Romano, attacca invece le associazioni umanitarie, «che pensano solo ai loro interessi: è ora di trattare direttamente con il Comune». Applausi a scena aperta. Secondo il commissario romano di Fi, Francesco Giro, «la conferenza evidenzia drammaticamente quanto il patto per Roma sicura siglato da Veltroni sia assolutamente inadeguato, come dimostra la recente bocciatura da parte dalla Margherita». In serata Brazzoduro lancia l’allarme: «La commissione comunale che si sta occupando della locazione dei nuovi quattro campi si pronuncerà entro il 23 luglio prossimo». Mancherebbero pochi giri di lancette quindi, all’esplosione di quella che appare sempre più come una potenziale bomba a orologeria.