L’ira dei vescovi per la norma pro omosessuali

C’erano sei cardinali sei a brindare il 5 dicembre scorso con Prodi e ministri al seguito, compresi il segretario di Stato Bertone e il presidente della Cei Bagnasco, tra sorrisi, auguri e promesse di obbedienza sui temi sgraditi in Vaticano.
Tempo tre giorni, e il vino è andato di traverso ai porporati. Quando infatti ai piani alti della Cei si sono accorti di cosa era successo al Senato, le linee tra i palazzi vescovili e Palazzo Chigi sono diventate incandescenti. Già, perché anche nel testo del maxiemendamento sulla sicurezza, su cui ieri il governo ha posto la fiducia, il diavolo si nasconde nei dettagli. E quel richiamo al trattato di Amsterdam contro le discriminazioni di carattere razziale (e passi), religioso (e passi), di handicap e età (e passi) ma addirittura di «orientamento sessuale», ha fatto saltare sulla sedia i rappresentanti della Chiesa cattolica. Che dietro quella formuletta vedono spalancarsi il baratro di «impropri riconoscimenti di diritti» agli omosessuali, come spiegano i mastelliani facendosi portavoce delle istanze Cei, che potrebbero arrivare fino alla intollerabile legalizzazione delle coppie gay.
Quel passaggio, contro cui nei giorni scorsi i teo-dem del Pd avevano fatto le barricate, è stato reintrodotto nel maximendamento su pressione di Verdi e Pdci, con la benedizione del ministro ds Barbara Pollastrini. La Cei ha subito messo in moto la sua massa d’urto parlamentare: i cattolici Cdl hanno lanciato terribili anatemi, Mastella ha dato l’allarme, i teodem hanno minacciato il no alla fiducia, i senatori a vita ex Dc sono stati richiamati all’ordine: «Quel decreto non deve passare». Alle 20 di sera Prodi era sull’orlo della crisi. E al governo non è rimasto che andare a Canossa, far atto di sottomissione, e rimettersi alla misericordia Cei.