L’ira dell’alleato Pannella: Veltroni ci discrimina per candidare le segretarie

da Roma

«Portaborse!» «Segretarie!». E alla fine scoppiò l’ira di Marco, «la furia pannelliana», l’invettiva contro Walter Veltroni, e contro la lista di cui il leader radicale e i suoi compagni di partito fanno parte. L’ira di Pannella esplode durante una giornata di collegamenti fiume su Radio radicale, telefona di prima mattina, poi si ricollega, quindi la radio manda (anche) il riassunto delle sue frasi. Ed è una sinfonia oratoria che ovviamente non ha confini, Pannella saluta i medici che seguono il satyaghraa, fornisce indicazioni sulle flebo assunte (due) e su quelle in arrivo: «Credo proprio che me ne farò un’altra, una sola per poter proseguire il digiuno».
Pannella è fatto così: non si capisce chiaramente quali siano i bersagli della sua protesta, nei giorni pari l’oggetto delle invettive è il Pd, in quelli dispari si tratta di un gemellaggio con «il mio amico Dalai Lama». L’unica cosa certa, è che, quando Marco affonda la lama, lo fa davvero. E dunque ieri Veltroni è finito nel mirino senza se e senza ma: «La prima cosa che ha fatto il nuovo, grande leader del Pd è escluderci, tagliarci fuori, impedirci di presentarci nella coalizione, discriminarci come non si fa e non si è fatto nemmeno con i fascisti! La vostra campagna - dice immedesimandosi in Veltroni - io la respingo». E a questo punto che fa Pannella? Si arrabbia. Di più, si indigna, punta il dito contro la squadra messa insieme dagli uomini del Partito democratico: «Una lista fatta dai portavoce, dico, dai portavoce! Una lista fatta dalle segretarie delle segretarie». E poi: «Aveva ragione Emma a dire che c’era una brutta aria, a fiutare che la fottitura di Coscioni Megacci e Zamparutti era in arrivo».
È difficile valutare l’impatto e la portata della campagna pannelliana. Ma l’escalation c’è, ed è indubbia. Solo sabato mattina, a Omnibus, il leader era prudentissimo, e se interrogato sulla sua nuova casa elettorale, dribblava la domanda: «Per carità, io chiedo solo il rispetto di un principio, i patti erano patti, loro li hanno violati, ma io non intendo fornirgli alibi perché quelli non aspettano altro che un pretesto per buttarci fuori dalle liste». Ovvero, per depennare i sei candidati certi, e i tre di seconda fascia, tutti radicali, che partecipano all’avventura con Veltroni. Ma già alla vigilia della chiusura dei termini di presentazione delle liste, Marco ha iniziato «a ballare». Indignato per il veto subito sul suo nome e su quello di Sergio D’Elia, ha cercato una soluzione di emergenza, accarezzando l’idea di una doppia presentazione: i nove designati nella lista del Pd, lui e gli altri esclusi in un’altra lista radicale o ospitati altrove. Ma la lista propria avrebbe fatto saltare l’accordo con il Pd (non tanto gli eletti, che una volta scaduto il termine non potevano più essere cancellati dalle liste, ma soprattutto la sostanziosa quota di rimborso elettorale, tre milioni di euro, che devono finire nelle case dei radicali, dopo il voto). La possibilità di essere «ospitati» però è naufragata in un pomeriggio, di fronte alla richiesta di un rapporto più stabile, di una sorta di matrimonio che si sarebbe dovuto celebrare fra i radicali e i socialisti. A questo punto Boselli ha declinato l’invito e ha precisato i confini della sua offerta: «Sì a un diritto di tribuna, no a un accordo più stretto». Ed è così, che quasi suo malgrado, Pannella resta nel Pd, come «imprigionato». Il nuovo bipolarismo ha prodotto alleanze coatte in cui si sta dentro, col desiderio di restare fuori. Che cosa può fare Pannella costretto in simili condizioni, è una domanda a cui è difficile rispondere. Ma le «segretarie» e i «portaborse», oggi hanno avuto il primo avvertimento.