L’ira dell’ex ministro: «È stata un’esecuzione»

La giornata trascorsa nel suo studio a poche centinaia di metri dalla Cassazione con avvocati e familiari. Alcuni parlamentari azzurri in visita, la lunga attesa, poi la notizia comunicata dalla figlia in lacrime

Gianluigi Nuzzi

da Roma

«Quando sei davanti a un plotone di esecuzione che alzi le mani a fare?». Insomma, come dire come e da cosa ti difendi se hai di fronte dei giudici che ritieni mossi da un teorema? È una rabbia buia, nera quella che avvolge Cesare Previti quando riceve la telefonata della figlia Carla, avvocato pure lei, che lo informa della sentenza e poi lo raggiunge di persona in lacrime, dopo essergli stato accanto lungo tutto l’iter processuale. Con l’ultima micidiale cannonata giudiziaria che lo centra da vicino, trecento metri in linea d’aria tra la Cassazione e lo studio professionale di via Cicerone. Tra la Suprema Corte, clamorosamente bistrattata in passato persino da un semplice sostituto procuratore come Ilda Boccassini, e il fortino dell’ex ministro della Difesa. E così il verdetto dato dai colpevolisti per scontato timbra il cartellino. Ma puntuale e indifferente alle prove proposte con forza da Previti negli ultimi dieci anni e ripresentate ai giudici con l’ermellino. Prove a difesa di contenuto, innanzitutto.
«Nelle motivazioni della sentenza d’appello - sottolineava Previti appena ieri l’altro - il mio nome compare pochissime volte». Ma c’è anche la storia delle bozze della sentenza che vennero ritrovate nello studio dell’avvocato Attilio Pacifico e che il filo invisibile dei sillogismi e delle deduzioni porta anche a Previti. Ma anche qui manca per la difesa non solo la prova ma anche l’indizio di un ruolo dell’ex ministro della Difesa. La Cassazione spazza via anche questioni giuridiche come la lamentata incompetenza territoriale di Milano, l’impedimento parlamentare scavalcato dal rito ambrosiano sino alla mancata correlazione tra l’accusa e la sentenza di secondo grado visto che diversi fatti contestati dai giudici non erano contenuti nei capi di imputazione scritti dai pm.
Ma queste sono discussioni ormai alle spalle. La giornata di Previti, l’attesa di quasi quattordici ore si consuma tutta nello studio di via Cicerone. Con i familiari, con il telefono che squilla, con qualche parlamentare azzurro (Bondi, Vito e Grillo) e qualche amico che lo vanno a salutare facendosi largo tra la folla di cronisti e fotografi (una viene anche colpita nel corso di un diverbio). Lui si mostra granitico nella certezza che la verità coincida una volta per tutte. «È un uomo incredibile - osserva Angelo Perrone, da sempre avvocato storico di Previti insieme a Sandro Sammarco - non perde speranza per un verdetto che finalmente stabilisca i fatti. Pare assurdo ma è lui che ci dà forza, ci sprona in momenti delicati come questi».
Per tutto il pomeriggio i difensori fanno da navetta tra il secondo piano della Cassazione, VI sezione e lo studio di via Cicerone. E si cerca di decifrare ogni gesto, ogni porta che si socchiude, ogni rinvio della lettura del dispositivo. Forse lo stanno rileggendo, forse lo stanno correggendo, se è lungo e articolato significa che i giudici danno ragione e riformano la sentenza ambrosiana. Così fino a pochi minuti prima della lettura rinviata alle 18, alle 21.45 e poi avvenuta una manciata di minuti dopo le 22.30.
Per tutta la giornata in molti erano convinti che stavolta di fronte a una ricostruzione così dettagliata, come emerge dalle memorie depositate in Cassazione, l’annullamento della sentenza milanese fosse dietro la porta della camera di consiglio. Lo si leggeva sui volti dei collaboratori dell’ex ministro dove speranza e tensione si contendevano ogni espressione. E così venivano respinte le riflessioni su come potessero influire le modifiche dell’ex Cirielli in caso di condanna. Perché era nei contenuti, nelle «illogicità» che Previti cercava la sua rivincita.
Ma la battaglia non è finita tra i difensori e i giudici milanesi perché da oggi ci si confronta su due questioni determinanti e niente affatto scontate. La prima riguarda la carica parlamentare di Previti e l’interdizione dai pubblici uffici, la seconda se e come il tribunale di sorveglianza di Roma accoglierà l’istanza degli arresti domiciliari di fronte a un’esecuzione della sentenza affidata invece alla Procura generale della città lombarda. Procura e Tribunale avranno infatti tempi diversi ma che si dovranno inevitabilmente conciliare. Più complicata invece la questione sulla interdizione ai pubblici uffici e quindi la perdita della carica parlamentare. Una vicenda controversa che divide la comunità dei giuristi. Ma questi sono argomenti di domani, anche perché Previti di fronte a questa sentenza dopo migliaia di dichiarazioni, interviste e accuse pesantissime alla magistratura milanese sceglie di replicare a modo suo. Con il silenzio.
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it