L’ira di Ferrante: «Io, mollato dai partiti»

Duro atto d’accusa: «Mi ha telefonato solo Fassino. Non ho più un lavoro ma la mia lista continuerà l’attività»

Giannino della Frattina

Fiori per gli avversari, cannoni per gli alleati. Il dies irae di Bruno Ferrante ha toni pacati, ma sostanza di fuoco. Prima il mazzo di fiori con gli auguri di buon lavoro a Letizia Moratti («Così si fa tra persone civili»), poi la resa dei conti con i «compagni» d’avventura. «Il risultato ottenuto - attacca durante la conferenza stampa di ieri mattina in via Turati - dimostra che a Milano si poteva vincere. Con più convinzione dei partiti avremmo conquistato la città». Chiuse le urne arriva lo sfogo trattenuto per giorni. E oggi si capisce con quanta fatica. Tirato in volto, l’amarezza difficile da nascondere, accusa e travolge tutt’intero un centrosinistra che a Milano non sa nemmeno festeggiare un risultato che comunque, pur nella sconfitta, si potrebbe considerare storico. Il profondo rosso del meno 27 dell’ultimo duello Albertini-Antoniazzi nel 2001, è diventato un ben più accettabile meno cinque. Ed è forse proprio la sensazione di aver sfiorato l’impresa nella roccaforte del berlusconismo che fa detonare la rabbia dell’ex prefetto. Che ringrazia elettori, volontari e giornalisti. E subito dopo mena schiaffi ai suoi. «Temo - la sua analisi a freddo - che nella sconfitta abbia pesato il risultato poco favorevole a Milano e in Lombardia delle ultime elezioni politiche. Dopo il 9 aprile nei partiti è venuto meno l’entusiasmo. Come se tante sconfitte avesse tolto la voglia. Io e quelli della mia lista, invece, l’entusiasmo l’abbiamo sempre avuto». E per chi non avesse capito, ripete. «Bisogna credere in quello che si fa, trasmettere entusiasmo agli altri. Io ci ho provato. Ho anche convocato i partiti per cercare di scuoterli. Ma non c’è stato nulla da fare, dopo il 9 aprile hanno considerato Milano persa».
Poco più che d’ufficio la difesa di Franco Mirabelli. «Ha ragione - incassa il segretario provinciale dei Ds -, il clima di sconfittismo ci ha penalizzato. La sinistra non ci ha creduto e ha preferito dedicarsi a dibattiti e polemiche che si potevano tranquillamente rimandare a domani».
Veleno che scorre e non c’è bisogno di entrare nei particolari. «Non rimprovero nessuno - le parole di Ferrante -, nè leader nazionali, nè dirigenti locali. Telefonate? Quella di Piero Fassino». Un po’ poco per l’uomo a cui era stato affidato l’incarico di affondare la corazzata del centrodestra. «Io - assicura - sono sereno. Abbiamo lottato ad armi pari pur con un’evidente sproporzione di forze in campo. Politiche ed economiche. Io sono partito senza un euro, senza un ufficio, senza un telefono e senza un collaboratore. Il risultato di oggi è sotto gli occhi di tutti, il centrodestra non può più considerarsi forza egemone a Milano. Ma questo è un lavoro che non andrà perso. La Lista Ferrante c’è e continuerà a lavorare».
Il che significa che Ferrante guiderà l’opposizione a Palazzo Marino? La risposta è diplomatica, ma suona chiaramente come un no. «Sono in una fase di grande riflessione sia umana che sul piano delle scelte di vita. E non ho più un lavoro, perché ho deciso di dedicarmi alla città di Milano. E di far capire che c’è un modo diverso di amministrare: più democratico, meno aziendalista, meno autoritario».
Niente da fare, almeno a parole, per un eventuale incarico governativo vista anche la scarsità di milanesi nel Prodino e la venuta a Milano di Romano Prodi, neo premier alla prima uscita ufficiale, per sostenere la sua candidatura. «Preferisco orizzonti milanesi», sgattaiola Ferrante. Si vedrà. Per ora c’è una corsa e una speranza durate 206 giorni. Da quel 4 novembre, quando il cinquantanovenne prefetto annunciò di voler cambiare una vita trascorsa in gran parte al servizio dello Stato.