L’ira di Moratti: «Mai più un’Inter così»

Il patron che presto tornerà presidente: «La squadra non ha giocato bene, in troppi fuori forma». Poi mitiga le critiche ad Adriano: «Cresce, adagio adagio»

Riccardo Signori

Tutti a rimboccarsi le maniche, perché il padrone ha il muso lungo. Più delle parole, serve sbattere in faccia partita e risultato. L’Inter di Champions è tornata l’Inter di sempre, quella a Dna garantito. Non c’è sangue nobile di campione che la possa deviare dal suo folleggiare. Ma così non va. Sono bastati quei portoghesi tignosi dello Sporting per lasciar affiorare difetti che Fiorentina e Roma avevano nascosto o oscurato. Moratti c’è rimasto male, malissimo. Martedì sera lo ha fatto intendere subito. Ieri ha divulgato la sentenza a beneficio di tifosi e popolo che, in questi casi, chiede lacrime se non sangue.
Il patron ha mollato buffetti e schiaffetti, ed ha aggiunto una sentenza che suonerà come musica metallica alle orecchie di Mancini. «Sapevamo che questo è un girone difficile, ma lo è per noi come per le altre squadre. Certo bisogna affrontarlo, la prossima volta, più in forma». Insomma squadra poco in forma, dice il padrone al tecnico. Quasi a confermare che il livello del campionato è decisamente inferiore a quello della Champions.
Ma i problemi veri non sono quelli. Moratti non a caso difende e blandisce Vieira e Adriano: ognuno ha le sue colpe. Non li vuol stendere. Parla di tutti un po’. «La squadra non ha giocato molto bene. Forse aver incontrato lo stesso avversario di venti giorni fa in amichevole, può aver fatto pensare che la partita fosse più semplice, anche se pensi di essere concentrato e pronto all’impegno. L’incontro non è stato giocato bene, parecchi ragazzi erano sotto tono. Nessuna scusa, nonostante il gol difficile da prendere».
E per colpa di quel gol i problemi si sommeranno. Tra due settimane, a San Siro contro il Bayern, la sfida sarà già determinante e non giocheranno Cambiasso (fermo per almeno un mese ancora) e Vieira: brutto affare per il centrocampo finito in sofferenza, deludente, senza personalità, preoccupante. «Certo, a Vieira serve una tiratina d’orecchie per l’espulsione», ha ammesso Moratti. «Ma durante la partita molte volte non si sta a calcolare tutto. È capitato uno scontro sbagliato al momento sbagliato: Vieira aveva ricevuto un’ammonizione precedente abbastanza inutile. Però credo si debba giudicare il gioco, al di là dei singoli episodi». Ed è pollice verso. Nonostante i complimenti a Dacourt («È andato molto bene»), a Gonzales («Non male»), a Javier Zanetti («Bene quando è entrato»). Tirando le somme ne restano fuori pochi: Stankovic, Figo e soprattutto Vieira che in quel centrocampo dovrebbe essere l’uomo di riferimento.
Ma il libretto dei delitti e delle pene prosegue con il solito noto. Mentre Ibra ha ricevuto i complimenti («Mi è piaciuto»), Adriano è stato assolto con il beneficio del dubbio. Moratti ormai conosce bene, come tecnici e dirigenti, le complicazioni psicologiche che ruotano e si sviluppano nella testa del brasiliano. L’ex imperatore rischia di avviarsi all’ennesima débâcle, se non s’accenderà qualche interruttore in testa. Mancini a Lisbona ha fatto atto di fede, pentendosene subito dopo («Ibra e Crespo sono coppia meglio assortita»). Sarebbe una dichiarazione di panchina garantita da qui ai prossimi mesi. Bocciatura da ultimo esame. Invece Moratti ha cercato di mitigare il tutto, avendo forse intravisto il tipico «uno contro tutti», dove per tutti si intende anche la critica. «Adriano sta crescendo adagio, adagio e non c’è mai un ultimo esame. Fra l’altro, il tipo di gioco a rombo lo mette in condizione di giocare un po’ largo e non lo aiuta». Impagabile il patron, che tornerà presidente. Per evitare il crucifige del brasiliano si è lasciato crescere il naso con una bugia. Adriano ha sempre giocato largo, perché così vogliono anche in nazionale. È stato uno dei suoi difetti dell’anno passato. Con Ibrahimovic poteva fare ciò che voleva. Tranne ciò che ha fatto. Anzi, non fatto.