L’Irak conta i voti e già crede al trionfo del «sì»

Ma i sunniti contestano i risultati del referendum e le autorità ordinano nuove verifiche. Raid Usa a Ramadi: 90 morti

Roberto Fabbri

L’annuncio di vittoria del «sì» alla ratifica della Costituzione irachena nel referendum di sabato scatena le contestazioni. Solo il primo dei due scrutini previsti dalla legge in ogni provincia è stato infatti finora effettuato, e mancano dunque i dati ufficiali. Secondo quelli provvisori che sono stati fin qui diffusi, solo nella provincia a maggioranza sunnita di Al Anbar ha prevalso il «no», mentre quelle di Diyala e Ninive - anch’esse in prevalenza sunnite - avrebbero approvato la Costituzione. Ancora incerto il risultato di un’altra provincia in bilico, quella settentrionale di Salahuddin.
Con questi risultati (da confermare, come si diceva) il discorso sarebbe chiuso: infatti, per essere approvato il referendum deve ottenere la maggioranza dei voti favorevoli a livello nazionale e non essere bocciato in più di tre province con oltre due terzi delle preferenze. Ma i dirigenti della comunità sunnita gridano alla frode e non risparmiano le minacce. Gli Stati Uniti sono d’accordo con il governo controllato dagli sciiti per far approvare a ogni costo la Costituzione, accusa il dirigente del Consiglio degli Ulema sunniti Abdulsalam al-Kubaisi, secondo il quale «se la Costituzione venisse approvata gli attacchi contro le forze di occupazione aumenteranno senza dubbio e la situazione della sicurezza peggiorerà». La Commissione elettorale ha reagito facendo sapere di non aver diffuso dati ufficiali e che non lo farà prima di giovedì. E ha anche assicurato che verranno eseguiti controlli in diverse province per dissolvere i dubbi ed evitare contestazioni.
In primo piano, anche se non è stato specificato nel comunicato, c’è sicuramente la provincia di Ninive, dove sarebbero state registrate percentuali di affluenza al voto insolitamente alte. Attenzione particolare sui distretti sunniti di Mosul, la terza città dell’Irak, e sui villaggi della provincia. Al primo diffondersi di voci su una decisiva vittoria del «sì» a Ninive, la Commissione elettorale si è affrettata a smentire. E questo anche tenendo conto delle pesanti minacce agli elettori dei gruppi islamici attivi nella zona, come Ansar al-Sunna.
Entro un paio di giorni, comunque, la triplice (è infatti prevista anche una terza replica generale a Bagdad) conta dei circa dieci milioni di voti espressi dovrebbe essere completata e i dati ufficiali resi pubblici. Continuano nel frattempo gli attestati di ammirazione verso i cittadini iracheni che ancora una volta hanno dimostrato con i fatti di apprezzare lo strumento democratico nonostante i rischi che fa correre la sua applicazione. Il primo ministro Ibrahim Jaafari ha pubblicamente espresso «la più profonda gratitudine» a tutti gli iracheni per la «maturità democratica dimostrata», e molti esponenti del governo e delle forze di sicurezza hanno sottolineato che la giornata elettorale è trascorsa senza «incidenti di rilievo» e che la calma relativa dei giorni scorsi sembra continuare. Anche il presidente americano George W. Bush si è congratulato con gli iracheni, compiacendosi in particolare per la partecipazione dei sunniti al voto, favorita dall’intervento di una parte dei leader della comunità.
Non sono mancati anche ieri, per la verità, episodi di sangue. La rappresaglia americana ha colpito a Ramadi, dove il giorno prima cinque soldati Usa erano rimasti uccisi dallo scoppio di una bomba: un comunicato delle forze militari di Washington riferisce dell’uccisione di circa novanta guerriglieri in combattimenti e bombardamenti effettuati con aerei.
Il problema dell’infiltrazione in Irak di sempre nuovi adepti della guerriglia e del terrorismo rimane molto serio. E lo ricorda la presunta notizia fornita da un sito internet siriano, secondo cui i governi di Bagdad e Damasco hanno raggiunto un accordo segreto: l’Irak fornirà dai 100mila ai 150mila barili di petrolio al giorno alla Siria, contro l'impegno di quest'ultima a rafforzare le misure di sicurezza sulla frontiera» tra i due Paesi. Oil for security, insomma.