L’Irak del dopo Saddam un Paese libero di vincere

Ai più potrà sembrare solo un caso, ma la vittoria della nazionale irachena contro l’Arabia Saudita nella finale della Coppa d’Asia ha un suo preciso significato politico: oggi l’Irak è un Paese libero. Dove ha sempre fallito Saddam Hussein ha invece vinto George W. Bush. Non è un caso, infatti, che prima della vittoria di Giakarta l’Irak non abbia vinto nulla.
Quando c’era Saddam i giocatori venivano frustati e torturati ed erano costretti a vincere, ma perdevano. Oggi, con la libertà, la vittoria non è la volontà di un dittatore, ma frutto di un gioco di squadra in cui le divisioni etniche e religiose del popolo iracheno non sono un ostacolo, ma una marcia in più. Solo retorica? Neanche per sogno. Come ho cercato di dimostrare nei miei libri (Platone e il calcio e Socrate in campo) il gioco del calcio è il più potente antidoto contro la mentalità totalitaria.
Hitler e Stalin istituirono il divieto alla sconfitta. Hitler non si fidava della palla. Aveva ragione. Quella maledetta sfera gli creò sempre dei gran casini. Perché? Perché il pallone è imprevedibile e per una squadra che non poteva perdere - i giocatori tedeschi erano chiamati «i soldati del Führer» - era un gran problema. Ogni volta che Hitler si presentava allo stadio in pompa magna i suoi soldati perdevano. Alle Olimpiadi del 1936 contro la Norvegia la Germania buscò due siluri da un certo Isaaksen, giocatore dal nome ebreo. Il 20 aprile del 1940, giorno del compleanno di Hitler, ci voleva una gran bella vittoria contro la Svizzera e invece la Germania perse 2 a 1. Niente da fare: la palla non si lasciava controllare né da Hitler né da Goebbels, tanto che proprio Goebbels dopo l’ennesima sconfitta scrisse una lettera al ministro dello Sport del Reich per dirgli che nessuna partita poteva essere programmata senza determinare il risultato in anticipo. Si ricorse allo stratagemma di giocare solo con Paesi alleati pronti a fare la parte della vittima designata.
Stalin era peggio di Hitler. Voleva la sicurezza della vittoria. Alle Olimpiadi del 1948 disse: «Prendete parte ai Giochi solamente se siete sicuri che la nostra squadra finirà tra i vincitori. Se così non fosse ci saranno persone chiamate a risponderne». Quando l’Urss perse contro la Jugoslavia dell’odiato Tito, il Politburo analizzò a fondo la partita, furono individuati i giocatori colpevoli e l’allenatore Arkadev fu accusato di non aver letto l’ultimo capolavoro di Stalin: I problemi economici del socialismo in Urss.
Anche la squadra d’oro, l’Aranycsapat, la squadra del grandissimo Puskas, la nazionale ungherese era condannata a vincere perché Màtyàs Ràkosi decise che era vietato perdere. E la squadra d’oro, infatti, vinceva sempre e Ràkosi poteva spiegare che così il socialismo vinceva sul capitalismo. Ma nel 1954 avvenne l’irreparabile. Alla fine del primo tempo l’Ungheria vinceva per 2 a 0. Ma le partite si giocano fino alla fine e i tedeschi giocarono come non avevano mai fatto quando c’era Hitler, rimontarono e vinsero per 3 a 2. A Budapest fu l’inizio della rivoluzione. A Bagdad l’inizio della festa.