L’Irak scivola nella guerra civile: oltre 100 morti

Bush preoccupato denuncia «l’atto malvagio rivolto a innescare» una lotta fratricida. Usa, Gran Bretagna e Italia promettono aiuti per la ricostruzione del santuario

Gian Micalessin

Ottanta volti rattrappiti nell’ultima smorfia di terrore. Ottanta cadaveri, incrostati di terra e sangue, crivellati di piombo, finiti con un colpo alla nuca. Arrivati uno dopo l’altro, per tutta la notte. Svuotati dai bagagliai. Portati a braccia dai parenti. Scaricati dalle auto della polizia. Le prime vittime, forse, della prima notte di guerra civile. Il dottor Mohammed Khais, vice direttore dell’obitorio di Bagdad, li ha sistemati sulle lettighe e sul pavimento. «Ho fatto solo 25 autopsie – raccontava ieri mattina - ma non c’è molto da scoprire, sono stati tutti uccisi a colpi di kalashnikov, arrivano tutti dalla città o dai dintorni, sono stati tutti assassinati».
Ventiquattro ore dopo le bombe alla cupola d’oro di Samarra, all’indomani dell’attentato a uno dei più sacri mausolei della religione sciita il fanatismo religioso divampa. Il Paese scivola nel baratro della guerra civile. Si divide lungo le linee dell’odio e della vendetta. Gli ottanta morti di Bagdad e dintorni sono solo quelli più documentati, più accertati. Ma da Mosul a Bassora il bagno di sangue cresce come una marea su uno scenario da tregenda, tra moschee bruciate e dimostrazioni di miliziani esaltati. Per tentare di arginare le violenze, il coprifuoco, che era dalle otto di sera al mattino, ieri è stato esteso fino alle 16. I sunniti piangono 10 imam uccisi, 15 rapiti, 184 moschee attaccate o distrutte. A sud est dalla capitale, davanti a una fabbrica di mattoni sulla strada per Nahrawan, si raccolgono 47 cadaveri trucidati con un colpo alla testa. Sulla strada bruciano i relitti di dieci auto. Erano civili delle due fedi di ritorno, insieme, da una dimostrazione contro la guerra civile. Altrove è la vendetta delle milizie sciite a tener banco. A Baquba, città mista a nord della capitale, un’auto spara su un gruppo di sunniti, ne uccide uno, ne ferisce altri due. La guerriglia sunnita risponde con una bomba al passaggio di una colonna militare massacrando otto soldati e quattro civili. A Hillah, a sud di Bagdad uno sceicco viene crivellato di colpi. A Bagdad una donna sunnita intrappolata in un sobborgo sciita viene trascinata in strada. I vicini implorano di risparmiarla. I miliziani la freddano con tre colpi alla nuca. Fuggono trascinandosi dietro il figlio.
Nei quartieri sunniti è stato d’assedio, le strade d’accesso chiuse da barricate, le moschee presidiate da uomini in armi. Qui e là la guerriglia mette a segno i suoi colpi consueti. Mentre i portavoce militari americani ridimensionano il numero di vittime e moschee distrutte e negano il rischio di guerra civile sette soldati statunitensi cadono dilaniati in due agguati.
In questo nuovo inferno iracheno la voce di chi chiama alla moderazione risuona lontana, afona e confusa. L’ayatollah Alì Sistani, suprema autorità religiosa sciita, invoca alla calma, ma gli avversari lo rimproverano di aver chiamato le milizie sciite a difesa delle moschee. «Allontanare l’incendio è un sacro dovere e lo rispetteremo mantenendo l’unità nazionale», ricorda il presidente curdo Jalal Talabani, ma i capi sunniti snobbano i suoi inviti alla riconciliazione.
Il premier sciita Ibrahim Jaafari dichiara il lutto nazionale mentre i comunicati governativi invitano a ignorare «chi ci spinge a ucciderci l’un l’altro». Ma la televisione governativa Al Iraqyia eccita gli animi rievocando, sulle immagini del mausoleo distrutto, le battaglie sciite e i massacri sunniti di un millennio fa.
Da Washington il presidente George W. Bush, alle prese con un cataclisma capace di ritardare il disimpegno americano, si consola elogiando le rare voci dell’Irak moderato, denuncia l’attentato di Samarra come «un atto malvagio rivolto a innescare la guerra civile» e promette di aiutare la ricostruzione della cupola dorata.
Analogo proposito viene annunciato da Tony Blair che a Londra punta il dito contro Al Qaida, definisce l’attacco al mausoleo un disperato atto sacrilego e ricorda il dovere di «sostenere, in Irak e altrove, chi si batte per democrazia e libertà contro il terrorismo».
Anche l’Italia offre il suo aiuto per la ricostruzione della moschea di Samarra. A tal proposito il ministro degli Esteri Fini ha scritto al suo omologo iracheno.