L’Iran ammette: il programma atomico non si è mai fermato

Il responsabile di Teheran conferma che la sospensione dell’attività nucleare non c’è mai stata, e che un numero considerevole di centrifughe sta per entrare in funzione

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Il nuovo presidente iraniano ci «rassicura», alla sua maniera. La sua ultima visita prima di entrare ufficialmente in carica l’ha riservata a una centrale nucleare. Questo mentre il suo ministro degli Esteri risponde picche ai «mediatori» europei, e il principale dirigente delle ricerche nucleari iraniane spiega che la promessa sospensione delle attività nell’ultimo biennio non ha in realtà fermato i progetti, e che dunque il programma continua. Un «tris» di notizie inquietanti per le «colombe» d’Occidente, che con un impegno diplomatico intenso e costante si sforzano di scongiurare uno scontro aperto tra l’Iran e gli Stati Uniti, che potrebbe anche degenerare in azioni militari.
Mahmoud Ahmadinejad si è recato, in forma «non ufficiale», in visita al «Centro per la riconversione dell’uranio» a Isfahan. È lì che fino al 2003 si procedeva all’«arricchimento» del combustibile nucleare: quello che Teheran definisce come destinato unicamente a fini pacifici quali la produzione di energia, e che l’America e altri Paesi sospettano invece di essere solo il primo passo per la fabbricazione di armi atomiche. A Isfahan le operazioni sono ufficialmente «congelate» dal novembre scorso, ma il governo iraniano ha detto e ripetuto, soprattutto ultimamente, di essere pronto a riprenderle in qualsiasi momento. Il presidente Ahmadinejad ha confermato del resto fin dalla sera della sua elezione la volontà di riprendere in pieno il «pacifico» programma nucleare.
Ma quello di Isfahan non è l’unico laboratorio in funzione in Iran. Lo ha spiegato Hassan Rohani, l’uomo che ha in mano il dossier nucleare, precisando che «un considerevole numero di centrifughe è pronto per entrare in funzione da un momento all’altro, e questo perché la sospensione delle nostre attività per un anno e nove mesi è stata in gran parte apparente. Abbiamo sfruttato quel tempo per correggere le imperfezioni che c’erano nel nostro lavoro. Fino all’accordo di Parigi abbiamo continuato a fabbricare e a montare queste centrifughe. È vero che c’è stata un’interruzione tra il febbraio e il giugno del 2004, ma nell’ultimo anno abbiamo ripreso a lavorare, e a ritmo accelerato, per recuperare il tempo perduto. L’attività riguarda sia la centrale di conversione dell’uranio a Isfahan, sia quella di «arricchimento» a Natanz.
Rohani non ha fornito dati riguardanti Bushehr, considerato per molti anni lo stabilimento più avanzato ai fini militari e oggetto per questo negli anni Ottanta di un bombardamento da parte dell’aviazione irachena. Oggi che Saddam Hussein è in carcere, un’azione preventiva simile a quella da lui tentata è tra le opzioni non solo degli Stati Uniti ma anche di Israele.
Questo anche perché le trattative per una soluzione diplomatica sembrano arenate. Lo erano già prima della elezione di Ahmadinejad, in conseguenza di un certo accostamento fra le posizioni americane e quelle della triade europea (Francia, Germania e Gran Bretagna) che conduce i negoziati per evitare un conflitto. Ancora qualche mese fa Londra ha fatto sapere a Washington di non essere intenzionata a seguirla in eventuali operazioni belliche, ma ultimamente le capitali occidentali hanno ritrovato una certa concordia, che si esprime soprattutto nell’adesione degli europei, sia pure per ora soltanto in linea di principio, all’eventualità che, se le garanzie iraniane non saranno ritenute sufficienti, del problema possa essere investito il Consiglio di sicurezza dell’Onu, il che potrebbe aprire la strada a delle sanzioni.
Il ministro degli Esteri di Teheran, Hamid Reza Assefj, ha avvertito che la posizione del suo governo non è cambiata e che ci sono «condizioni minime su cui la Repubblica islamica non è disposta a transigere, altrimenti i negoziati finirebbero in un vicolo cieco». In particolare Assefj se l’è presa con Chirac, che aveva ribadito la raccomandazione a investire il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel caso le trattative dovessero fallire. La risposta di Teheran: «Sconsigliamo agli europei di utilizzare il linguaggio delle minacce, che su di noi non hanno alcun effetto».