L’Iran ci attacca? È un buon segno

L’aggressività del regime islamico dimostra che Berlusconi ha colpito il
bersaglio giusto prendendo le difese di Israele e chiedendo la fine
dell’inaccettabile sfida atomica al mondo

Non è una novità vedere l'Italia al centro dell'attenzione dell'integralismo islamico. Ci sono parecchi imam e mufti che a svariate latitudini inveiscono appena possono contro Roma, i crociati, il cristianesimo, la civiltà occidentale, e promettono la vittoria. L'attacco di ieri all'ambasciata italiana è parte dell'anima della rivoluzione iraniana e della guerra islamista contro l'Occidente: quel qualche centinaio di basiji che lanciavano pietre e gridavano morte all'Italia devono avere sentito echeggiare nei loro imi precordi sentimenti profondi, così come chi ha preparato la protesta contro il discorso di Berlusconi a Gerusalemme e ha chiamato a severo colloquio il nostro ambasciatore, è senz'altro convinto che si tratti di una tappa come tante altre di un conflitto alla lunga inevitabile, proprio per l'essenza laica e democratica del nostro Paese.

Perché l'Iran, che festeggia domani, il 22 di Bahman, 11 di febbraio, la rivoluzione del 1979, è aggressiva ontologicamente. Lo sciismo di Ahmadinejad e di Khamenei crede che, per facilitare l'arrivo del suo Messia, non il migliorare l'accordo e l'accomodamento siano necessari, ma che lo siano invece il conflitto, il confronto e anche la conflagrazione finale. Allora sarà garantita la redenzione e la supremazia islamica sulla storia.

È per un motivo che sembra astratto, ma che invece nelle menti della leadership iraniana è molto concreto, che si corre verso il disastro: solo questa può essere la spiegazione del perché Teheran ha rifiutato la proposta dell'ottobre scorso, la migliore possibile per l'Iran, di consegnare il suo uranio a stati amici perché lo arricchissero e glielo restituissero. Adesso invece, dopo mesi in cui ha seguitato nel suo progetto terrorista e nella repressione del suo popolo, Ahmadinejad ci annuncia come niente fosse che l'uranio se lo arricchisce da solo e al venti per cento: questo significa semplicemente che quella tonnellata virgola otto di uranio arricchito al 3 per cento, già più che sufficiente come quantità per la bomba atomica, adesso riceverà anche l'arricchimento in più.
Non affrontando la realtà che l'Iran corre volontariamente verso la sfida totale, ci sembra un fatto minore che, insieme all'arricchimento, sia stata annunciata anche la produzione autonoma di sistemi «controllo attacco» S300, quelli che possono raggiungere le capitali europee, e di micidiali nuovi droni capaci di osservazione e di attacchi.

Intanto, si sa che sia gli Hezbollah che Hamas, insieme ai manipoli di terroristi fatti passare attraverso la Siria, sono un'arma di continua dimostrazione della determinazione dell'Iran a tenere aperto il fronte del terrore internazionale con una pistola alla tempia della democrazia israeliana, irachena, libanese. Il fatto che Khamenei parli di cazzotti da sferrare a destra e a manca, rimanda volutamente al tema della repressione interna, anch'essa sempre più feroce, sempre più sporca di un sangue. Ma questo sangue finalmente grida vendetta, si è visto, nonostante le cortine fumogene che oscurano i mezzi di comunicazione di ogni tipo: il tema della violazione dei diritti umani è solo apparentemente meno cruciale di quello degli armamenti. L'Europa è finalmente riuscita a sollevarsi dall'incertezza e dall'ignavia intervenendo proprio sui diritti umani. E America e Russia sono d'accordo, mentre solo la Cina, con la sua consueta insensibilità sul tema, si tiene da parte.

Il nostro Paese è stato attaccato diplomaticamente sulla frase di Berlusconi che affermava di fronte al Parlamento di Israele, l'unico Paese dell'Onu minacciato di morte da un altro Stato membro dell'Onu, che è nostro dovere sostenere l'opposizione iraniana e insieme, difendere la vita di Israele. Sinceramente, dà una bella soddisfazione che ciò sia avvenuto: è una conferma che l'Italia si è mossa con determinazione e pungendo nel vivo un Paese che impicca i dissidenti e gli omosessuali, che prepara la bomba atomica, che minaccia di distruzione il popolo ebraico. È una medaglia al valore. Dobbiamo aggiungere che, mentre si discutono le sanzioni, sia il ministro degli esteri Frattini che il presidente Berlusconi hanno dichiarato che il volume di affari con l'Iran è diminuito di un terzo nel giro di un anno: un'intrinseca adesione alla necessità - ormai finalmente presente anche nel resto dell'Europa, secondo le dichiarazioni di Westerwelle e di Kouchner - di procedere a sanzioni decise, che forse non piegheranno l'estremismo degli ayatollah, ma daranno il chiaro segnale all'opposizione che il mondo desidera un cambio di regime e che esige la fine della sfida atomica iraniana.

Adesso che gli anni, per la precisione dal 2003, ovvero dalle prime trattative con un cauto Solana, ci hanno detto che la politica della mano tesa non funziona, ci sono molte cose che possono dimostrare la nostra determinazione, prima che le cose prendano una strada definitiva. Ci indica una delle vie l'iniziativa del premio Nobel Elie Wiesel, che ha raccolto 40 firme di premi Nobel per chiedere che Ahmadinejad venga sottoposto al giudizio della corte penale internazionale dell'Aia con l'accusa di aperto incitamento al genocidio. È un segno di mobilitazione internazionale che, mentre l'Iran attacca l'Italia, la Germania, la Francia, l'Olanda, per ora solo con dimostrazioni davanti alle loro ambasciate, chiama in causa tutta la comunità internazionale ad una mobilitazione efficace contro quello che unanimemente viene ormai ritenuto il maggior pericolo dei nostri tempi. Non solo parole dunque e condanne rituali, ma atti politici, economici e, se sarà il caso, militari contro il tiranno di Teheran che ha dichiarato guerra anche all'Italia.
www.fiammanirenstein.com