L’Iran: fuori gli Usa, all’Irak ci pensiamo noi

Nuovo avvertimento di Bush: se la Repubblica islamica rafforzerà la sua azione militare, risponderemo con fermezza

«L’imam Mahdi è fra di voi, combattete fino al martirio», gridava una voce al megafono durante la feroce battaglia tra sabato e domenica, nei dintorni di Najaf, che ha lasciato sul terreno almeno 300 estremisti della setta messianica sciita «i soldati del Paradiso». Il loro capo, autoproclamatosi il Mahdi, ovvero l’imam «nascosto», che riapparirà sulla terra prima della fine del mondo, è stato ucciso durante i combattimenti. La setta armata stava preparandosi ad attaccare Najaf, la città santa irachena, per massacrare la dirigenza religiosa sciita, che fa capo al moderato e purtroppo malato grande Ayatollah Alì al Sistani. Quest’ultimo doveva essere assassinato scatenando un bagno di sangue.
Nel frattempo l’ambasciatore iraniano a Bagdad ha rivelato al New York Times che il suo Paese è pronto a equipaggiare e addestrare le forze di sicurezza irachene e a far sbarcare le sue banche nel disastrato Paese per aiutarlo nella ricostruzione. Una sfida agli americani, che ieri per bocca del presidente George W. Bush hanno lanciato un nuovo monito a Teheran.
A Najaf gli invasati seguaci del Mahdi volevano occupare o addirittura distruggere il venerato mausoleo di Alì. Il piano doveva scattare ieri, il primo giorno dell’Ashura, la grande ricorrenza sciita che celebra il martirio di Hussein e che richiama a Najaf e a Karbala due milioni di pellegrini.
Secondo il ministro per la Sicurezza nazionale, Shirwan al-Waeli, se il piano non fosse stato sventato avrebbe provocato «una catena di violenze confessionali senza precedenti in tutto il Paese». Per spazzare via «i soldati del Paradiso» è intervenuta in forze l’ottava divisione dell’esercito iracheno, oltre alle unità di polizia della zona. L’appoggio di aerei, elicotteri, uno dei quali abbattuto durante gli scontri, e carri armati americani ha determinato le sorti della battaglia. Le autorità irachene parlano ufficialmente di 200 miliziani caduti e altri 150 catturati o feriti. Tra questi ci sono combattenti stranieri provenienti dallo Yemen, dall’Afghanistan e da altri Paesi musulmani.
In realtà i morti sarebbero 300-350, comprese donne e bambini, ovvero le famiglie dei seguaci del Mahdi, che avevano seguito i miliziani. La battaglia è avvenuta nella piana di Zarka, a una dozzina di chilometri da Najaf, dove gli estremisti sciiti avevano impiantato un campo di addestramento, trincee e depositi di armi. I miliziani erano guidati da Ahmed Abu al Hassan al Yamani, un quarantenne originario della provincia di Diwaniya, che si credeva veramente il dodicesimo imam venerato dagli sciiti. Secondo la profezia sciita, il Mahdi, discendente del profeta Maometto, tornerà sulla terra per distruggere i malvagi. Al Yamani aveva addirittura assunto il nome del Mahdi proclamandosi messia.
L’esercito del Paradiso aveva a disposizione ingenti arsenali, compresi missili a spalla, razzi katiusha e armi anticarro. Il sospetto è che gli arsenali siano stati forniti o pagati da qualche potenza straniera interessata a fomentare il caos in Irak.
Ieri il New York Times ha pubblicato le dichiarazioni dell’ambasciatore iraniano a Bagdad, Hassan Kazemi Quni, che spiega come il suo Paese sia pronto a rafforzare i legami militari ed economici con l’Irak. Teheran vuole fornire equipaggiamento e consiglieri alle forze armate irachene nell’ambito della «lotta per la sicurezza». Inoltre la Banca nazionale iraniana aprirà presto uno sportello nella capitale irachena e sarà seguita da altri istituti iraniani. «Noi abbiamo esperienza di ricostruzione nel dopoguerra - ha aggiunto l’ambasciatore riferendosi al conflitto con l’Irak negli anni Ottanta -. Siamo pronti a metterla a disposizione degli iracheni».
Oltre agli accordi nel campo della sicurezza gli iraniani sono disposti a fornire cherosene, elettricità e aiuti nel campo agricolo. Alle dichiarazioni dell’ambasciatore si è aggiunto un minaccioso articolo apparso sulla rivista Sobhe Sadegh, organo di stampa delle Guardie della rivoluzione iraniana. «La presenza militare americana in Irak, Afghanistan, Pakistan, Caucaso, Asia centrale e anche in Europa e America latina - scrive il giornale dei Pasdaran - è ampia e nello stesso tempo molto isolata. Pertanto rapire uno statunitense in uniforme, costa meno che acquistare un prodotto di scarsa qualità fabbricato in Cina».
In serata Bush ha ribadito il monito a Teheran: «Se l’Iran rafforzerà la sua azione militare in Irak a danno delle nostre truppe o della popolazione innocente irachena, risponderemo con fermezza».