L’Iran: Israele radice del male da estirpare

Il leader di Teheran annuncia che non ci sarà alcun passo indietro sul nucleare. «Non ci piegheremo alle minacce». E sfida Bush a un dibattito televisivo

Marcello Foa

Il mondo a modo suo. Offre il dialogo a Bush, in apparenza. Ma poi denuncia l’imperialismo americano, minaccia di «estirpare Israele» e respinge le proposte dell’Onu sul nucleare. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è ancora una volta protagonista, ma contrariamente al passato, quando le sue esternazioni avevano quasi sempre fini meramente propagandistici, questa volta le sue parole hanno un peso. Perché domani scade l’ultimatum lanciato delle Nazioni Unite. Perché domani la crisi con Teheran rischia di inasprirsi pericolosamente. All’orizzonte si profilano crescenti pressioni di Washington sulle Nazioni Unite per varare nuove sanzioni, osteggiate per ora dalla Cina e in parte dalla Russia. E in prospettiva il possibile ricorso alla forza per impedire che gli ayatollah ottengano la bomba atomica. Di certo, nel breve periodo, nuove tensioni all’interno della comunità internazionale.
Ahmadinejad ne è consapevole e gioca proprio sulle divisioni tra le grandi potenze per guadagnare tempo. La proposta del cosiddetto Gruppo dei 5+1 che ha offerto importanti incentivi economici in cambio della sospensione del processo di arricchimento dell’uranio, viene rifiutata definitivamente: «Lo sviluppo della tecnologia atomica è un legittimo diritto dell’Iran preso nel rispetto delle regole internazionali», dichiara, e siccome «tutti i Paesi sono sullo stesso piano e non dovrebbero esservi discriminazioni» non ci saranno ripensamenti, nemmeno se lo chiedesse il segretario dell’Onu Kofi Annan in persona.
La risposta che tra poche ore verrà recapitata al Palazzo di Vetro è perentoria: «Non ci piegheremo alle minacce». Tanto più che il presidente iraniano ritiene «improbabile che le potenze occidentali vogliano ricorrere al Consiglio di Sicurezza» per imporre nuove misure punitive. Ritiene che in questo momento gli Usa non siano in grado di superare il veto di Pechino e ne approfitta, tra l’altro lanciando una proposta provocatoria.
«Chiedo al presidente Bush di partecipare a un dibattito televisivo per parlare dei problemi mondiali e trovare il modo di risolverli», dichiara, accusando il governo Usa di censurare i media: «Ai cittadini americani deve essere data la possibilità di ascoltare la verità». Ahmadinejad dice di essere pronto addirittura a considerare la ripresa dei rapporti diplomatici con gli Stati Uniti: «Sono stati loro a interromperli poco dopo la rivoluzione islamica del 1979 e ora devono essere loro a creare le condizioni affinché vengano ripristinati». Dunque: sì al negoziato ma a precise condizioni e con un obiettivo: «Non è il momento di impostare le relazioni internazionali sulla democrazia e sull’uguaglianza dei diritti tra le nazioni?», chiede retoricamente.
La Casa Bianca non tarda a reagire. «È solo un tentativo di distogliere l’attenzione dalle legittime inquietudini che non solo gli Usa ma l’intera comunità internazionale hanno di fronte al comportamento dell’Iran, dal sostegno al terrorismo alla capacità di produrre armi nucleari», dichiara un alto funzionario dell’Amministrazione. A Washington non sono sfuggiti altri passaggi della conferenza stampa svoltasi ieri a Teheran, come quello in cui il leader iraniano condanna il ruolo di Usa e Gran Bretagna nel mondo dalla Seconda guerra mondiale ad oggi, e soprattutto quello in cui lancia un nuovo agghiacciante avvertimento a Israele. «La nostra posizione sul Medio Oriente è chiara, vogliamo che la radice della tensione sia estirpata. E in questi sessant’anni, qual è stata la radice dei massacri, dei crimini e dei conflitti?». «La soluzione è chiara e nulla è cambiato», aggiunge. Lo scorso dicembre aveva definito Israele «un tumore del Medio Oriente». Un tumore da estirpare. Con la violenza, se necessario, oppure con la politica. Ahmadinejad rilancia la proposta di un referendum sul futuro dello Stato ebraico, al quale sarebbero chiamati a partecipare tutti i palestinesi: «Devono accettare questa soluzione e allora il problema sarà risolto». Già perché i palestinesi sono molto più numerosi degli israeliani. Una crocetta e il Paese fondato da Ben Gurion sparirebbe per sempre.