L’Iran non si piegherà all’Onu: useremo il petrolio come arma

Gian Micalessin

Teheran non si piega. A pochi giorni dalla riunione del Consiglio di Sicurezza che valuterà le eventuali finalità militari dei suoi progetti nucleari l’Iran risponde con una nuova sfida. Annuncia di non voler accettare le eventuali imposizioni del Palazzo di Vetro, minaccia di uscire dal Trattato di non proliferazione nucleare, snobba il piano di Mosca che gli garantisce la possibilità di utilizzare impianti in territorio russo per l’arricchimento dell’uranio.
L’addio alle speranze di compromesso arriva per bocca del portavoce del ministero degli Esteri Hamid Reza Asefi che bolla come superata la proposta di Mosca dopo il rinvio al Consiglio di Sicurezza. «Le condizioni sono cambiate, l’offerta russa non rientra più nella nostra agenda» spiega il portavoce. Lo schiaffo di Teheran coglie di sorpresa Mosca che affida al portavoce del ministero degli Esteri, Mikhail Kamynin, un primo commento. «Mosca sta valutando la dichiarazione del ministero degli Esteri iraniano... dopo di che arriveranno eventuali precisazioni, ma la Russia continua a sollecitare una soluzione pacifica e diplomatica del problema del nucleare dell’Iran».
Lo stesso Reza Asefi, in un’intervista a una televisione pubblica qualche ora dopo, precisa tuttavia che l’offerta russa può ancora esser discussa. «La proposta russa potrà tornare a essere materia di negoziato se terrà conto del diritto dell’Iran di condurre ricerca (nucleare) sul proprio territorio – ha precisato Adsefi -, quel diritto ci appartiene e non abbiamo intenzione di rinunciarvi».
Hamid Reza Asefi ha anche garantito che l’Iran non rinuncerà ai propri diritti e non accetterà di metter fine all’arricchimento dell’uranio, neppure se la richiesta verrà ratificata da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza. «A questo punto vogliamo aspettare, vogliamo vedere se alcuni Paesi cambiano la loro posizione, e capire cosa decideranno i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza (Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna, ndr)», ha aggiunto il portavoce nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Teheran.
Un altro monito ai Paesi membri del Consiglio è arrivato dal ministro degli Interni Mostafa Pour-Mohammadi. «Se trasformeranno il giudizio sul nucleare iraniano in una questione politica o di sicurezza allora risponderemo senza trascurare alcun mezzo e se cercheranno di utilizzare le sanzioni le fronteggeremo utilizzando ogni risorsa e possibilità – ha detto Mohammadi -. Le conseguenze di quelle sanzioni – ha promesso - saranno più pesanti per la comunità internazionale che per noi».
Alquanto ambigua appare invece l’ipotesi di un’uscita dal Trattato di non Proliferazione nucleare avanzata dal ministro degli Esteri Manoucher Mottaki durante una conferenza internazionale sull’energia e sulla sicurezza svoltasi in Asia. «Se risulterà chiaro che il meccanismo esistente non garantisce i diritti del popolo iraniano allora la Repubblica islamica potrà decidere di riconsiderare e rivedere la proprie politiche» ha detto ieri ai giornalisti il ministro degli Esteri. Subito dopo il ministro ha - di fatto - ritrattato tutto precisando che esistono, per il momento, ancora margini per il negoziato. Altrettanto contraddittoria appare la minaccia di un taglio delle forniture di greggio ai Paesi che appoggeranno un’eventuale risoluzione di condanna delle Nazioni Unite. La velata minaccia contenuta negli avvertimenti formulati dal ministro degli Interni Mohammadi è stata disinnescata ieri dal suo collega Mottaki che ha confermato la volontà iraniana di dimostrarsi affidabile nei confronti dei suoi clienti petroliferi. «La Repubblica islamica è decisa a preservare la sua efficienza e la sua affidabilità di fornitore e per questo – ha garantito Mottaki - non userà il greggio per mettere in atto la propria politica estera».
Secondo un articolo pubblicato ieri dal domenicale inglese Sunday Telegraph i Pasdaran iraniani starebbero intanto terminando una gigantesca installazione sotterranea scavata nelle viscere di Teheran nord e destinata a ospitare i comandi militari della Repubblica islamica in caso di attacco americano. Le rivelazioni arrivano da fonti dei Mujaheddin del popolo, l’organizzazione dell’opposizione inserita nelle liste del terrorismo da Stati Uniti ed Europa che nel 2002 rivelò per prima l’esistenza di un programma nucleare segreto iraniano.