L’Iran perde ma esalta i naziskin

Roberto Gotta

da Norimberga

Hanno persino giocato a calcio, Messico e Iran, a Norimberga. Meno male, perché fin quasi al calcio d'inizio si era parlato di tutt'altro, in una miscela acre di politica, razzismi, manifestazioni. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad aveva innescato tutto tempo fa ribadendo l'obiettivo della distruzione dello Stato d'Israele, e da quel momento la ferita sportiva si è aperta: Iran quasi impossibilitato a disputare amichevoli, richieste di esclusione dai Mondiali, ritiro a Friedrichshafen in condizioni di sicurezza ma tranquillo e sereno. Il possibile arrivo di Ahmadinejad già per le partite del primo turno aveva peggiorato la situazione, perché oltretutto le sue tesi di negazione dell'Olocausto sono un crimine in Germania, e la sua momentanea sostituzione ai Mondiali con il vicepresidente Mohammad Aliabadi non ha fatto abbassare i toni. Ahmadinejad o Aliabadi che sia, la sola presenza dell'Iran, in un paese che oltretutto ospita una vasta comunità persiana, ha scatenato azioni e reazioni: ieri tre ore prima della partita un migliaio di persone, tra sindacati, pacifisti e appartenenti ad associazioni pro-Israele, compreso il presentatore televisivo tedesco di origini ebraiche Michel Friedman, ha manifestato nella Jakobsplatz, ai margini del centro, ben lontano dallo stadio, mentre la Polizia ha allontanato senza tensione 16 neonazisti che solidarizzavano con Ahmadinejad, con cartelli e slogan usati in passato per campagne popolari («Il mio amico è uno straniero»), più quello dei Mondiali («È il momento di farsi degli amici»), tutti con la foto del presidente iraniano. La macchia nera del razzismo, di manifestazioni e contromanifestazioni non ha però incupito il tricolore che ha dominato la giornata, accomunando nel biancorossoverde delle rispettive bandiere i tifosi delle due squadre: numerosissimi i messicani, solo qualche migliaio gli iraniani, tutti residenti all'estero, impegnati in un prego si accomodi di totale fair play anche allo stadio. Sì, perché, appunto, si è giocato, e il 3-1 è l'inizio migliore per l'ambizioso Messico, andato in vantaggio al 28’ su uno schema perfetto di punizione dalla destra di Pardo: Màrquez, Torrado e Salcido tutti verso il primo palo con un movimento che a centro area ha liberato Franco, il cui colpo di testa a seguire è stato messo dentro sul secondo palo da Bravo. Il cielito lindo messicano si è oscurato otto minuti dopo sul pareggio di Golmohammadi, che in mischia ha buttato dentro un pallone colpito di testa da Razaei sul corner della destra di Mahdavikia e ribattuto da Oswaldo, il portiere reduce dai giorni frenetici e tristi del viaggio in patria, mercoledì scorso, per i funerali del padre. Cambiato Franco all'intervallo, dopo sette minuti della ripresa il Ct messicano, l'argentino Lavolpe, si era trovato senza l'altra punta di peso, Jared Borgetti, ma è stato l'altro giocatore immesso dal 46’, il brasiliano naturalizzato Sinha, a vincere la partita: prima, al 76’, approfittando di un errore di controllo di Rezaei, dal limite dell'area ha servito perfettamente Bravo, che in corsa ha appoggiato in gol d'interno destro, e dopo tre minuti ha liberato sulla destra Mendez, andando poi a ricevere il cross e infilando di testa nell'angolo opposto. Il cielito si è rifatto lindo, la melodia sugli spalti è ripartita e magari avrà chiarito le idee a quel gruppetto di tifosi messicani che per canzonare l'Iran ha brevemente urlato «U-S-A!». Visto che dagli spalti dell'Azteca per l'ultimo Messico-Usa era partito un «O-sa-ma, O-sa-ma», che si mettano d'accordo, una volta per tutte. O di qua o di là.