L’Iran è al punto di non ritorno E il regime spara per uccidere

Ci sono giorni in cui i simboli possono travolgere i regimi. Ci sono giorni in cui i morti sono più importanti che in altri. Ci cono giorni in cui le immagini risvegliano i popoli. Il 27 dicembre 2009, settimo giorno di Ashura, rischia di diventare uno di questi e trasformarsi in una data fatale per il regime della suprema guida Ali Khamenei. Gli ingredienti ci sono tutti. A partire dall’anniversario. Il settimo giorno di Ashura ricorda il martirio di Hussein, il secondo imam sciita, l’ultimo discendente di Maometto, massacrato, con famiglia e fedeli, da Yazid, il crudele sceicco sunnita di Damasco. In quel giorno di sangue si ricorda l’inizio dello scisma, della grande divisione che ancora oggi lacera la comunità musulmana. In quel fatale 680 d.C., sulla piana di Karbala, il martirio diventò liturgia, la rivolta dovere, il sacrificio obbligo.
Successe di nuovo nel 1963, quando l’ancora sconosciuto ayatollah Ruhollah Khomeini srotolò la sua profezia. «Lo Scià deve andarsene perché è come lo spietato sceicco Yazid e le genti umiliate dell’Iran sono come Hussein e i suoi fedeli». Quindici anni dopo, nell'Ashura del 1978, milioni di uomini e donne scesero nelle strade vestiti di bianco sfidando l'esercito dello Scià. La ricorrenza fatale sembra pronta a ripetersi. Da ieri Seyed Ali Mousavi, il 35enne nipote di Mir Hossein Mousavi ucciso da un colpo al cuore in piazza Enghelab, è per milioni di oppositori il nuovo Hussein, il nuovo martire pronto a donare la vita per dimostrare la disumana empietà del dittatore. Da ieri Khamenei non è più la suprema magistratura dell'Islam, ma il tiranno crudele, il nuovo Yazid. Senza contare le assonanze familiari e ideali. Il secondo Imam Husein lottava per la sacra eredità del Profeta. Seyed Alì Mousavi, il martire agonizzante trascinato a braccia da compagni e amici, è il nipote del leader della protesta, dell'ex primo ministro profeta della rivolta contro il regime.
A regalare analogie capaci di far tremare Ali Khamenei e tutta la cupola di potere contribuiscono le immagini. Le riprese di quei cadaveri alzati a braccia tra le teste ondeggianti della calca ricordano in maniera impressionante gli scontri dell'inverno 1978. Pochi 31 anni fa erano disposti a scommettere sui dimostranti. Tutti contavano i fucili dello Scià e dicevano: impossibile. D'un tratto, invece, l'invincibile armata si sciolse come neve al sole e allo scià non restò che la fuga. Con i pasdaran rischia di succedere lo stesso. Controllano le risorse energetiche, l'industria e le casseforti di regime, hanno le armi migliori e i generali più devoti, ma devono far i conti con la voglia di sparare di uomini di leva, di fantaccini che al momento cruciale potrebbero rifiutarsi di premere il grilletto. Già ieri - stando alle testimonianze diffuse sui canali di Twitter e di internet - interi reparti di poliziotti si sono rifiutati di aprire il fuoco e sono stati sostituiti dai volontari della rivoluzione, i basiji. Quei poliziotti esitanti sono il simbolo di un regime già scricchiolante, di una struttura che non risponde più ai comandi centrali e rischia il collasso repentino.
E se vogliamo pensare alle date consideriamone un'altra meno simbolica, ma decisamente cruciale. Il 31 dicembre scade il tempo concesso a Teheran dall'amministrazione Obama per negoziare una soluzione alla questione nucleare. Dal primo gennaio anche l'ultimo pacifista del pianeta dovrà ammettere l'impossibilità di scendere a patti con la Repubblica Islamica. A quel punto Washington dovrà decidere cosa fare. L'inconfessato sostegno fornito a Teheran da Mosca e Pechino rende praticamente impossibile il varo di sanzioni efficaci. Il voto in sede di Consiglio di Sicurezza di un altro giro di provvedimenti assolutamente simbolici rischia di rendere inevitabile un intervento armato di Israele. Le bombe con la stella di David rischiano però di spiazzare l'opposizione e risvegliare il secolare nazionalismo iraniano. Da ieri Obama e la sua amministrazione hanno però una via d'uscita. Le manifestazioni del settimo giorno di Ashura, il sangue dei nuovi morti, hanno trascinato regime e opposizione al punto di non ritorno. Fino a qualche mese fa l'offerta di sostegni concreti a Mir Hossein Mousavi e al resto dell'opposizione rischiava d'innescare, al pari delle bombe straniere, un senso di innata repulsione e una voglia di nuovo nazionalismo. Da ieri il nemico più detestato non abita più al di fuori dei confini. Da ieri il vero nemico si nasconde nel palazzo di Teheran ed ha lo stesso volto antico e crudele dello sceicco Yazid.