L’Iran raziona l’uso della benzina e nelle strade esplode la rivolta

Il 4° produttore mondiale di petrolio deve importare il carburante

Una volta prometteva di ridistribuire la ricchezze del petrolio. Ora, invece, Mahmoud Ahmadinejad - presidente del quarto produttore mondiale di greggio - raziona la benzina. E gli automobilisti iraniani sognano di tirargli il collo.
«Uccidiamo Ahmadinejad, morte al presidente». L’ululato si leva tra le vampe d’una notte di rabbia e rivolta, riecheggia tra le immagini slabbrate regalate al mondo dall’obbiettivo onnipresente di un telefonino. L’automobilista infuriato alza un masso, lo scaglia contro la stazione di servizio. Da dietro le pompe alita e ondeggia la fiammata. Urla, imprecazioni, cariche di folle scalmanate e, infine, il falò di tutte le austerità. Bruciano una, due, dodici distributori di carburante, schiere di automobilisti assatanati si scontrano con la polizia, trasformano l’attesa in gigantesca ed incontrollata rissa.
Qualche minuto prima di quelle fatidiche 23 e 45 di martedì sera le autopompa di Teheran sono immensi scodinzolanti parcheggi. Le rugginose scatolette del pre-rivoluzione, le scattanti Peugeot dei ragazzi bene, le mega Suv dei nuovi uomini d’affari sono tutte lì, una dietro l’altra. Malinconiche teorie di cilindri assetati e canzoni a tutto volume allungate su chilometri d’asfalto. La notizia gira da tempo. Da un anno e passa il presidente pasdaran ricorda agli automobilisti sciuponi che lo scialo non può continuare. Le sette milioni di quattroruote in perenne corsa tra le circonvallazioni della capitale e le arterie del paese trangugiano ogni giorno 79 milioni di benzina. Le disgraziate e vetuste raffinerie della Repubblica Islamica ne raffinano poco più di 44 milioni di litri. Quel che manca, il 40% del fabbisogno totale, viene importato e rivenduto a prezzi sussidiati. Quei prezzi coprono a mala pena il prezzo del trasporto dai paesi confinanti e neppure lontanamente il prezzo reale del carburante. I recenti aumenti del 25% non migliorano la situazione. La benzina ora costa otto centesimi di euro al litro. Molto meno dell’acqua minerale. Immensamente meno di quanto costi al governo del quarto produttore mondiale di greggio costretto a dilapidare quasi 10 miliardi di dollari all’anno per garantire il “pieno” nazionale. Grazie a quei sussidi di Stato la benzina continua a costar così poco da garantire lauti guadagni contrabbandandola negli stessi paesi da cui viene importata.
Ahmadinejad lo sa, ma invece di costruir raffinerie preferisce altre ricette. Distribuisce tessere magnetiche, impone il razionamento. Per mesi il provvedimento s’aggira come una temuta e odiata fata morgana. Compare all’orizzonte, accende le ire degli stessi conservatori, si dissolve nel nulla. Balena e si spegne anche il 21 maggio quando giornali e televisioni lo danno per inevitabile. Da allora nessuno ci fa più caso. Fino a quelle fatidiche 21 di martedì sera quando la radio ne annuncia l’entrata in vigore per la mezzanotte. Per quattro interminabili mesi - rendono noto gli annunciatori - nessun privato potrà bruciare più di 100 litri di benzina al mese.
La ferale notizia blocca i caroselli di ragazzi alla ricerca di femmine motorizzate, interrompe le cene ai ristoranti, trasforma un consueto martedì sera in una notte di straordinaria follia. La fiumana di auto assetate prende d’assalto i distributori attende, strepita rumoreggia. Fino alle 23 e 45. A quell’ora gli esercenti costretti a tarare le pompe per adeguarle ai controlli del “grande razionatore” chiudono i cancelli.
Un minuto dopo l’attesa diventa vandalica frenesia, divora come zolfanelli una dozzina di stazioni ne danneggia altre, accende la prima diffusa protesta anti regime dopo due anni di spaventato e rassegnato immobilismo.