L’Iran rilancia la corsa nucleare e prepara le armi per la guerra

Ahmadinejah: l’arricchimento dell’uranio è l’inizio del cammino. Ancora esercitazioni e test missilistici. Sabato la visita di Kofi Annan

Andrea Nativi

L’Iran alza ancora il livello di confronto con la comunità internazionale a pochi giorni dall’ultimatum delle Nazioni Unite per sospendere le sue attività di arricchimento dell’uranio. E lo fa con il consueto clamore attraverso le dichiarazioni del capo negoziatore nucleare, Ali Larijani, e con l’ennesima prova di forza, una esercitazione navale conclusasi con il lancio di un nuovo tipo di missile da parte di un sottomarino.
Larijani è intervenuto sostenendo che l’Iran andrà avanti con i suoi programmi di arricchimento dell’uranio perché arrivare a padroneggiare l’intero ciclo di produzione del combustibile nucleare è uno degli obiettivi strategici del paese. Naturalmente solo a fini pacifici. Larijani ha anche ribadito che niente e nessuno riuscirà a distogliere l’Iran dal suo legittimo proponimento.
A questo punto la visita a Teheran del segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, in programma per il prossimo 2 settembre, può diventare un’ultima opportunità prima che il Consiglio di Sicurezza sia costretto a prendere atto che Teheran non vuole collaborare né accettare reali compromessi. Ma proprio ieri, in serata, il presidente Mahmud Ahmadinejad ha rincarato la dose annunciando, in relazione al programma nucleare, che «il popolo iraniano continuerà il suo cammino e non vi rinuncerà sotto la minaccia o la forza. È l’inizio del cammino». Simultaneamente l’Iran sta conducendo una nuova tornata delle cicliche esercitazioni militari della serie «Santo Profeta» e anche in questa occasione, come già lo scorso aprile, la tv di Stato ha mostrato un breve filmato video nel quale è stato presentato quello che, secondo il comandante della Marina militare, l’ammiraglio Sayad Kouchaki, sarebbe un missile a cambiamento d’ambiente a lunga gittata (in acqua siluro, in aria missile) lanciato da sottomarino. Il missile, denominato Sagheb, che significa «perforatore» in farsi, è frutto della tecnologia militare iraniana ed è in grado di evitare l’individuazione da parte dei radar nemici.
Come è già accaduto in passato, in mancanza di informazioni più specifiche, gli analisti sono molto scettici sulle proclamate virtù della nuova arma. Sicuramente si tratta di uno sviluppo basato su tecnologia russa, più ancora che cinese e difficilmente il Sagheb è un’arma davvero sofisticata e con caratteristiche «stealth».
Tuttavia una novità preoccupante c’è e consiste nella disponibilità da parte iraniana di un missile antinave o per attacco costiero lanciabile da sottomarino. Armi di questo tipo sono state sviluppate in Russia (i missili dalla serie Club) e esportate, ad esempio in India e forse in Cina, e sono realizzate anche per il lancio da unità di superficie. Sono armi pericolose specie se lanciate da uno dei tre sottomarini classe Kilo (tipo 877EKM) di cui dispone la marina iraniana, da poco operativi anche dalla nuova base di Chah Bahar che consente di entrare nel golfo di Oman evitando le forche caudine dello stretto di Hormuz. La minaccia iraniana più pericolosa consiste proprio in una strategia di interdizione navale che preveda la chiusura di Hormuz e l’attacco alle superpetroliere. Per creare danni enormi basterebbero mine navali, anche stupide, attacchi con unità sottili, per non parlare dell’impiego di missili antinave lanciati dalla costa, da isole, da unità di superficie e subacquee, coadiuvati da attacchi aerei. Questo è lo scenario più temibile.
Gli attuali missili balistici in servizio, che non sono dotati di testate nucleari e probabilmente neanche di testate chimiche, rappresentano invece un pericolo capace di mettere in allarme la popolazione israeliana, ma hanno una efficacia minima. Sono armi imprecise e relativamente poco affidabili e per ora con una gittata limitata (compreso lo Shahab-3/4).
Intelligentemente poi l’Iran si sta preparando a combattere una guerra asimmetrica sia nell’offesa come nella difesa: ad esempio ha rinunciato a difendere il proprio spazio aereo da un attacco aereo-missilistico statunitense o israeliano, non ha più acquistato radar da difesa aerea a lungo raggio, che sa bene sarebbero eliminati nelle prime fasi di un conflitto, e si affida invece a aerei da caccia F-14 impiegati come radar volanti, integrati da radar a bassa quota.