L’Iran ritira 40 ambasciatori: troppo liberali

Via i rappresentanti di Londra, Parigi, Berlino e sede Onu di Ginevra: erano tutti impegnati nei delicati negoziati sul nucleare

Gian Micalessin

È la più grande «purga» di diplomatici degli ultimi dieci anni. Un chiaro segnale della voglia del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, e dell’ala conservatrice che lo appoggia, d’imporre un ferreo controllo sulle relazioni internazionali. La notizia girava da giorni ed è stata confermata ieri dal ministro degli Esteri di Teheran, Manoucher Mottaki, secondo il quale «una quarantina d’ambasciatori e capi di missione» verranno sostituiti. Al di là del numero è la qualità del personale diplomatico richiamato in patria a far pensare a una sostanziale svolta nella politica estera iraniana, soprattutto per quel che riguarda i rapporti con l’Occidente e la trattativa sul nucleare. I primi a tornare a casa sono gli ambasciatori a Londra, Berlino, Parigi e della sede Onu di Ginevra, tutti quelli, insomma, coinvolti in trattative con l’Europa sulla questione nucleare o in negoziati segreti con gli Stati Uniti.
Il ministro degli Esteri iraniano parla di «normale avvicendamento», ma è una spiegazione difficile d’accettare soprattutto nel caso di Mohammad Hossein Adeli, l’ambasciatore insediatosi a Londra non più di un anno fa. Per comprendere i retroscena del cambio di guardia bisogna considerare i ruoli del personale diplomatico richiamato in patria e le affiliazioni con i gruppi di potere iraniani. Adeli e i suoi due colleghi di Berlino e Parigi hanno svolto un ruolo di primo piano nel negoziato sul nucleare con la troyka europea, rappresentata proprio da Londra, Parigi e Berlino. La trattativa iniziò dopo l’ammissione iraniana del 2003 di aver sviluppato per 18 anni un programma segreto per la produzione di energia atomica. Un’ammissione seguita dall’impegno del governo dell’allora presidente Mohammad Khatami di congelare tutte le attività nucleare per favorire i colloqui con la troyka europea. La trattativa partita nel momento più grigio della presidenza Khatami venne in verità gestita da uomini legati al potente ex presidente Hashemi Rafsanjani che già puntava alla rielezione. Deus ex machina dei giochi di potere di Rafsanjani fu Hassan Rowhani messo dall’ex presidente a guidare i negoziati e diplomazia dall’alto del Consiglio di Sicurezza Nazionale. Rafsanjani determinato, una volta diventato presidente, a far cancellare le sanzioni americane e riavviare i rapporti commerciali con l’Occidente utilizzò il negoziato con la troyka come un surrogato per futuri rapporti con gli Stati Uniti.
Rapporti più diretti con Washington vennero tenuti invece attraverso la Svizzera designata a rappresentare gli interessi diplomatici statunitensi dopo la presa dell’ambasciata Usa di 26 anni fa. In particolare l’ambasciatore iraniano a Ginevra curò tutta la complessa trattativa parallela sull’Iraq svolta nell’ambito di un organismo dell’Onu che riunisce Stati Uniti e paesi confinanti con l’Afghanistan. Le trattative segrete con gli Stati Uniti riguardarono, prima e dopo l’invasione del 2003, soprattutto i rapporti con i gruppi sciiti nel sud del paese e la complessa questione del «ribelle» Moqtada Sadr, appoggiato in Iran da alcuni circoli religiosi. Questo lavorìo diplomatico teso ad aprire canali diplomatici con l’Occidente generò estremo sospetto nell’ala più conservatrice e le proteste di alcuni influenti circoli ultra integralisti come quello guidato dall’ayatollah Mohammad-Taghi Mesbah-Yazdi, che predica l’isolamento culturale dall’Occidente ed è considerato il mentore spirituale del presidente Ahmadinejad. Ma alla fine più della purezza ideologica contarono i rapporti di potere.
Al di la dell’insofferenza per le possibile aperture a Washington il gruppo conservatore legato alla Suprema Guida Alì Khamenei temeva il sacrificio dei piani nucleari e una possibile estromissione dai rapporti intessuti da Rafsanjani e dai suoi emissari con il mondo esterno. Non a caso la prima testa a cadere dopo la sconfitta alle presidenziali di Hashemi Rafsanjani è stata quella di Rohani. E al suo posto alla testa del Consiglio di Sicurezza Nazionale è immediatamente arrivato Alì Larijani un un fedelissimo della Suprema Guida incaricato di rimetter ordine nel negoziato sul nucleare e nella poco affidabile macchina diplomatica iraniana.