L’Iran: se ci attaccano lanceremo i nostri missili

L’Europa adotta toni più morbidi: l’opzione militare, dice il ministro inglese Straw, «non è sul tavolo». Anche l’Aiea raccomanda pazienza

Andrea Nativi

«Se ci attaccano, risponderemo con i nostri missili balistici, che hanno una gittata di 2mila chilometri. L’Iran ha i mezzi per difendersi». Le parole minacciose sono del generale Yahya Rahim-Savafi, il capo dei pasdaran inqilab, i guardiani della rivoluzione, i pretoriani del regime di Teheran.
Un chiaro avvertimento con il quale l’Iran replica alla ipotesi, che rimane sul tappeto, di un attacco preventivo israeliano o occidentale contro le installazioni nucleari utilizzate per programmi non solo civili, ma anche, soprattutto, militari.
E se il ministro degli esteri britannico Jack Straw dice che l’opzione militare «non è sul tavolo», in realtà se la crisi con l’Iran non trovasse una composizione diplomatica in un arco di tempo ragionevole, una soluzione militare non sarebbe esclusa, afferma il senatore statunitense John McCain.
Per ora però l’opzione negoziale resta in piedi. L’Iran gioca al consueto tira e molla, in particolare sulla proposta di Mosca che gli permetterebbe di arricchire l’uranio, ma con impianti in territorio russo. Dopo rifiuti e mezze aperture, il ministro degli Esteri iraniano ha indossato di nuovo le vesti di colomba e ha annunciato un incontro bilaterale con le autorità russe il 16 febbraio, per definire e perfezionare il contenuto del piano. Del resto chiudere la porta in faccia alla Russia sarebbe davvero controproducente. E anche l’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, raccomanda di attendere il suo prossimo rapporto sulle attività nucleari iraniane, atteso per marzo, senza prendere decisioni immediate nella riunione straordinaria convocata per il 2 febbraio.
L’Iran però accompagna le mezze aperture a dichiarazioni bellicose e infatti insiste ad accusare Gran Bretagna e Stati Uniti di essere mandanti e coautori degli attentati esplosivi avvenuti a Ahwaz questa settimana e forse anche degli incidenti che hanno portato alla distruzione di due aerei militari da trasporto, con tutti i passeggeri.
In effetti la sortita del generale iraniano serve a rivalutare il deterrente iraniano sul piano interno, per rassicurare chi vede addensarsi nubi di guerra e non condivide il nuovo corso. Oggi l’Iran non ha (non dovrebbe) avere armi con cui condurre reali rappresaglie in caso di attacco: non ha l’atomica, ha detto di aver rinunciato alle armi chimiche e biologiche. Se è così, rimane ben poco. I missili, certo. Ma in caso si arrivasse davvero ad un confronto militare, l’attaccante non si limiterebbe certo a colpire solo le infrastrutture nucleari, ma cercherebbe di neutralizzare anche buona parte dell’arsenale missilistico, in particolare i vettori a lunga portata, come gli Shahab-3 e la probabile versione migliorata dello stesso, accreditata di una gittata di oltre 1.900 chilometri. Peraltro per ora i missili in servizio non dovrebbero andare al di là dei 1.300 chilometri con una testata convenzionale da mille chili e il numero di ordigni in servizio non supera la cinquantina, con un ritmo di produzione di venti armi all’anno. La natura convenzionale della testata spiega perché l’Iran si sta dando tanto da fare per cercare di migliorare la precisione degli Shahab: con una precisione dell’ordine di qualche decina di metri l’arma ha un valore militare, altrimenti può essere impiegata solo contro grandi obiettivi urbani e con un potenziale inferiore a quello di un team di terroristi kamikaze.
I missili poi sono montati su lanciatori mobili per aumentarne la sopravvivenza e la flessibilità nella scelta dei bersagli. Altre armi sono in sviluppo, come il missile da crociera Raad, basato sul Kh-55 russo, ma non sono ancora operative. Un raggio d’azione di 2mila chilometri consentirebbe comunque di battere diverse basi militari statunitensi, Israele, la parte orientale dell’Europa. Ma nel gioco va anche considerato che le installazioni statunitensi ed Israele possono contare su sistemi di difesa antimissile.