L’Iran: «Se gli Usa ci attaccano colpiremo Israele»

Dal vertice dei «5+1» riunito a Parigi condanna del piano nucleare di Teheran ma nessun accordo su sanzioni e uso della forza

Gian Micalessin

La paura monta, il prezzo del greggio decolla e anche in Iran qualcuno inizia a prendere sul serio la minaccia di un attacco americano. «Sono e siamo tutti preoccupati, c’è effettivamente il rischio di un attacco contro di noi», ammette il ministro del Petrolio Mohammad Hadi Nejad-Hosseinian. Mentre lui si preoccupa i generali preparano la risposta. «Se gli americani si azzarderanno a compiere atti malvagi contro di noi, il nostro primo obbiettivo sarà Israele», spiega l’ammiraglio Mohammed Ebrahim Dehqani, considerato uno dei capi dei pasdaran.
Così il terrificante scenario prende forma. Prima un raid preventivo americano, poi una risposta iraniana su obbiettivi israeliani e infine l’incendio capace di divorare il Medio Oriente. A buttar benzina sul fuoco contribuisce il capo di stato maggiore israeliano, Dan Halutz, che non esita a definire una «minaccia esistenziale» i piani nucleari iraniani. «Con il regime che si ritrova, un Iran in possesso di armi atomiche rappresenterebbe una minaccia esistenziale per Israele, quel regime - dichiara Halutz – sta tirando sempre di più la corda, spero non arrivi al punto di rottura».
Parole gravi quando a pronunciarle non è un politico, ma un capo di stato maggiore tenuto al rispetto di una mai abiurata dottrina strategica che impone attacchi preventivi per scongiurare l’eventuale minaccia «esistenziale». Non a caso il suo intervento viene subito ridimensionato dal premier Ehud Olmert, il quale ricorda che Israele non è «lo sceriffo della regione» e che spetta alla comunità internazionale controllare le ambizioni nucleari della Repubblica Islamica.
La comunità internazionale sembra volere assumere un atteggiamento più severo nei riguardi di Teheran. A Parigi il primo round del «5 più uno», i colloqui tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza allargati alla Germania, ha emesso ieri sera un giudizio negativo unanime: i negoziatori ritengono che il programma nucleare iraniano «non è compatibile con le richieste della comunità internazionale». È forse prematuro parlare di sanzioni, e di eventuale uso della forza per farle rispettare, considerando la posizione di Cina e Russia favorevoli sì a concessioni da parte del regime degli ayatollah, ma contrarie a misure punitive nei suoi confronti. Konstantin Kosachev, presidente della commissione affari esteri della Duma, propone di sottoporre al Consiglio di sicurezza una risoluzione di transizione contenente un ultimatum non inferiore ad un mese. Soltanto una nuova inadempienza iraniana a tale ultimatum indurrebbe Mosca ad approvare vere e proprie sanzioni.
A premere maggiormente per una linea dura è Washington, che fa intravedere come imminente un totale accordo tra i cinque membri del Consiglio di sicurezza. «Siamo tutti uniti nel cercar di prevenire il rischio che quel regime raggiunga la capacità nucleare», aveva dichiarato il portavoce della Casa Bianca Scott McClellan prospettando un’intesa durante il secondo round dei colloqui dei 5 più 1 fissati a New York per il prossimo 9 maggio. Nell’attesa il sottosegretario di Stato, Nicholas Burns, annuncia da Parigi la disponibilità degli alleati europei a sottoscrivere una risoluzione regolata da quell’articolo 7 che prevede sanzioni e l’uso della forza in caso d’inadempienza. Il testo preparato da Germania, Gran Bretagna e Francia dovrebbe essere ultimato oggi e venir discusso il 9 maggio a New York.
Questo lavorio diplomatico non sembra impensierire Teheran. «Da questi incontri non ci aspettiamo proprio nulla perché le nostre decisioni sono già state prese», ricorda da Parigi il rappresentante iraniano Seyyed Alì Moujani criticando i Paesi europei per la loro scarsa indipendenza. E da Teheran il capo dell’agenzia atomica, Gholam Reza Aghazadeh, rilancia annunciando il raggiungimento di una soglia del 4,8 per cento nel livello di arricchimento dell’uranio processato negli stabilimenti di Natanz. Un livello ormai prossimo alla soglia massima del 5 per cento richiesto per l’alimentazione delle centrali nucleari, ma assai lontano da quell’80 e passa per cento necessario per innescare un’esplosione atomica.