L’Iran sfida il mondo e riavvia i piani nucleari

Fini: problema vero, che impone la necessità di fermezza

Roberto Fabbri

Avanti a testa bassa, come promesso. Il governo iraniano ha annunciato che la produzione di uranio arricchito ricomincerà prima del 6 marzo, data fissata dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) per una nuova riunione dei suoi vertici nel corso della quale il direttore generale Mohammed El Baradei terrà la sua attesa relazione sull’Iran che potrebbe portare all’effettivo rinvio della Repubblica islamica davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Fonti diplomatiche a Vienna, dove ha sede l’Aiea, indicano però che l’attività di arricchimento dell’uranio nell’impianto atomico iraniano di Natanz è già ripresa da alcuni giorni: nelle centrifughe supersoniche sarebbe stato immesso uranio in forma gassosa (prodotto a Isfahan) in quantità imprecisata, primo passaggio per quell’arricchimento che gli iraniani sostengono di eseguire per produrre energia elettrica a fini civili, ma che può anche servire per realizzare bombe atomiche.
Ad ogni buon conto, i dodici ispettori dell’Aiea in Iran sono attesi oggi a Natanz e Isfahan per togliere dagli impianti sigilli e telecamere, come richiesto dalle autorità iraniane. Al tempo stesso, Teheran conferma di aver annullato i colloqui previsti per giovedì con la Russia: si sarebbe dovuto discutere del trasferimento in quel Paese delle attività di arricchimento dell’uranio iraniano. Un altro segnale molto chiaro.
I toni usati da Teheran sono più che mai spavaldi, nonostante la diffusione di notizie sui piani d’attacco americani. Il portavoce del governo spiega che l’Iran è pronto a uscire dal Trattato di non proliferazione nucleare (come fece nel 2003 la Corea del nord, che in seguito ha annunciato al mondo di essere in possesso di armamenti atomici) se non saranno «ufficialmente riconosciuti» i suoi «diritti» a portare avanti un programma nucleare per fini civili.
Quanto alle sanzioni che l’Onu potrebbe imporre, a Teheran si ostenta tranquillità. Ci perderebbero di più i Paesi che volessero deciderle, ha detto a un giornale americano il presidente Mahmud Ahmadinejad. Sono state pure reiterate le minacce di taglio delle forniture di petrolio all’Occidente: anche nel settore dell’energia abbiamo gli strumenti per reagire, ha detto il portavoce del governo iraniano, che consiglia di «prendere decisioni sagge».
In Occidente le ultime mosse e i toni usati dai dirigenti iraniani suscitano preoccupazione. Il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, al termine di un incontro a Gerusalemme con la collega israeliana Tzipi Livni, ha parlato di «sviluppi allarmanti». Steinmeier (che è socialdemocratico) condivide con la cancelliera democristiana Angela Merkel una valutazione della crisi iraniana che non esclude l’impiego, come ultima risorsa, della forza militare. Ma la sua posizione - condivisa da altri esponenti della Spd - sta provocando una spaccatura nel partito, il cui leader Mathias Platzeck sostiene invece che «la disponibilità al dialogo, per quanto complicata, è l’unico strumento ragionevole». Per questo ieri la Merkel, che con l’Iran si è distinta per un approccio molto duro con paragoni alla Germania nazista, ha voluto precisare che il governo di Berlino privilegia la ricerca di una soluzione diplomatica.
In Italia, il ministro degli Esteri Fini ha detto ieri sera in televisione che quello dell’Iran «è un vero problema». C’è il «rischio fondato che Teheran si doti di armamenti nucleari», da cui discende «un'assoluta necessità di fermezza», a partire dal deferimento dell’Iran al Consiglio di sicurezza.
Anche perché segni di ravvedimento a Teheran non se ne vedono, anzi. L’ayatollah Jannati, segretario del Consiglio dei guardiani della rivoluzione (noto per aver definito «animali» tutti i non musulmani) ha parlato di azione imminente «contro le potenze coloniali e tutti coloro che si oppongono all’Islam. Gli americani possono anche uccidere tutti i 70 milioni di iraniani, ma alla fine - ha detto - i musulmani riusciranno a dominare il pianeta». I paragoni di Angela Merkel sembrano, purtroppo, fondati.