L’Iran sfida gli Usa: ex marine condannato a morte

di Livio Caputo

Ormai il botta e risposta tra Iran e Occidente è diventato quasi quotidiano, evocando la brinkmanship, o politica del rischio calcolato, dei primi tempi della guerra fredda. L’ultima mossa di Teheran in risposta alla minaccia di più severe sanzioni petrolifere per fermare la sua corsa all’atomica, è l’annuncio della condanna a morte di un cittadino americano di origine iraniana, Amir Mirza Hekmati, con l’accusa di avere lavorato per la Cia e di essere «in guerra contro Dio e corrotto sulla terra». È probabile che l’ex marine, cui il mese scorso è stata estorta una confessione (l’accusa è stata definita «falsa» dalla Casa Bianca) non finirà subito sul patibolo, ma la sentenza è l’ennesimo segnale che gli ayatollah non hanno alcuna intenzione di cedere e che la tensione è destinata ancora a salire.
All’origine del braccio di ferro c’è la decisione degli Stati Uniti, incalzati da Israele, di impedire con un nuovo giro di vite a Teheran di acquisire un arsenale nucleare. Le sanzioni comminate finora hanno provocato una grave crisi economica che potrebbe anche influenzare le elezioni del prossimo marzo, ma non hanno piegato il regime. L'ultimo strumento prescelto è un drastico taglio agli acquisti di greggio da parte dei suoi attuali clienti. L'Europa, che peraltro acquista solo il 18 per cento della produzione, sta già mettendo a punto un provvedimento che potrebbe entrare in vigore alla fine di gennaio; Cina, Giappone, Corea del Sud e India, che ne comprano il 60%, pur senza aderire formalmente, hanno già cominciato a cercare altre fonti. L’Arabia saudita, la grande avversaria dell'Iran, si è già impegnata a soddisfare la loro domanda.
La reazione di Teheran, la cui economia dipende per oltre la metà dalla esportazione di greggio, è stata furibonda: minaccia di chiudere alla navigazione lo stretto di Hormuz, attraverso il quale passa buona parte del petrolio del Kuwait, dell'Arabia saudita e degli Emirati arabi; esercitazioni missilistiche nella regione e ingiunzione alla Quinta flotta americana basata a Bahrein di non entrare più nel Golfo; annuncio dell'entrata in funzione di una nuova centrale per l'arricchimento dell'uranio situata nel cuore di una montagna nei pressi di Qom e protetta da batterie di missili terra-aria (e quindi a prova di distruzione in caso di raid); programmazione di nuove manovre militari nella zona calda; infine, l'annuncio della condanna di Hekmati, di cui Washington aveva appena chiesto la liberazione.
L'America ha replicato che reagirebbe a una chiusura dello stretto con la forza, e un portavoce della Marina ha spiegato che, anche se i pasdaran potrebbero creare problemi con i barchini d'assalto e il ricorso di mine, la distruzione della flotta iraniana non richiederebbe più di 48 ore. L'opinione prevalente è che si tratti di una minaccia vana, non da ultimo perché chiudendo Hormuz, attraverso il quale transitano anche le sue esportazioni, Teheran si farebbe un autogol. Le sanzioni perciò andranno avanti, sia pure gradualmente per non turbare troppo i mercati. Obama ha anche firmato sabato una legge che penalizza le società straniere che commerciano con l'Iran. Ma vista l'imprevedibilità del regime, oggi anche diviso tra il presidente Ahmadinejad e la «suprema guida» Khamenei, l'eventualità che la politica del rischio calcolato vada fuori controllo e si arrivi a uno scontro aperto non può essere esclusa. Gli esperti prevedono che, in tal caso, il prezzo del greggio aumenterebbe di colpo del 50%, con le inevitabili ripercussioni su tutta l'economia mondiale.