L’Iran: "Siamo pronti ad affrontare una guerra"

Il presidente Ahmadinejad non cambia rotta: "Noi come un treno che da tempo ha buttato via i freni e la retromarcia"

Da «presidente pasdaran» a «presidente macchinista». L’immaginifico Mahmoud Ahmadinejad cambia personaggio. Alla vigilia della riunione di Londra dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (nella foto) allargata alla Germania, il presidente iraniano descrive il suo Iran come un treno inarrestabile, lanciato a tutta velocità verso il traguardo nucleare. «L’Iran - ha detto ieri il presidente - ha il pieno controllo della tecnologia necessaria alla produzione di combustibile nucleare e la sua avanzata è come quella di un treno su un binario unico, senza freni e senza possibilità di retromarcia».
La dichiarazione è un ulteriore segnale di inflessibilità alla vigilia della riunione londinese dei «Cinque più uno» chiamata a decidere un eventuale inasprimento delle sanzioni Onu. «Abbiamo buttato via freni e retromarcia da un bel po’ di tempo e l’abbiamo già fatto capire», ha aggiunto Ahmadinejad. Il rinvio della questione nucleare iraniana al Consiglio di Sicurezza e la richiesta di nuove più dure sanzioni non sono comunque scontate. Nonostante l’atteggiamento irriducibile dei vertici iraniani e il mancato rispetto dell’ultimatum, la riunione dei «Cinque più uno» dovrà far i conti con l’ambiguo atteggiamento di Cina e Russia.
I due principali alleati e partner economici della Repubblica Islamica potrebbero, anche stavolta, vendere a caro prezzo il consenso ad un inasprimento delle sanzioni facendo rinviare qualsiasi decisione. Se Mosca e Pechino si dimostreranno più disponibili che in passato la discussione sulla nuova risoluzione potrebbe approdare al Palazzo di Vetro già la prossima settimana.
Comunque vada il presidente Ahmadinejad considera irrilevanti eventuali nuove sanzioni e garantisce che la forza della rivoluzione iraniana farà piazza pulita delle eventuali minacce formulate a Londra. «La nostra rivoluzione marcia a tutta velocità verso quel summit e lo travolgerà come un bulldozer. I nemici pensano di fermarci a colpi di ciottoli solo perché la loro propaganda ingigantisce di cinquecento volte le loro mosse, ma quelli che ci tirano addosso restano sassolini» .
Anche le sanzioni, a dar retta ad Ahmadinejad si sono dimostrate armi spuntate. «Pensano di usarle per indebolire la nostra economia, ma non sono in grado di far nulla, da quando hanno incominciato a minacciarci abbiamo avuto un numero di contratti record con l’estero».
Immediata la risposta del segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, secondo la quale l’Iran non ha bisogno di inserire la retromarcia ma «premere il bottone dello stop». La Rice ha ribadito che, se l’Iran tirerà il freno, cioè interromperà l’arricchimento dell’uranio, gli Usa «sono pronti a sedersi a un tavolo» per negoziare.
Il vice ministro iraniano Maoucher Mottachi ha invece risposto al presidente americano Dick Cheney che ha ribadito la volontà della casa Bianca di tener aperta sia l’opzione diplomatica sia quella militare. «Siamo pronti ad affrontare qualsiasi situazione, compreso lo scoppio di una guerra», ha detto il vice ministro pur sottolineando la disponibilità alla trattativa con Washington. «Abbiamo già avuto degli incontri ufficiali con gli americani su Afghanistan e Irak, ma tutte le volte ci è stato chiesto di accettare le loro condizioni prima di passare ai negoziati veri e propri».
Un ex agente della Cia citato dal Sunday Telegraph rivela, intanto, l’esistenza di un programma di finanziamento e addestramento di gruppi armati legati alle minoranze etniche iraniane per indebolire il regime. E secondo Fred Burton, un altro ex agente segreto uscito dal Dipartimento di Stato, il programma clandestino a favore di azeri, curdi e minoranze arabe sarebbe all’origine dell’autobomba, rivendicata da un gruppo sunnita del Baluchistan, costata la vita ad una dozzina di pasdaran. La Cia non si sarebbe fatta scrupoli ad armare e finanziare un gruppo legato ad Al Qaida pur di colpire Teheran.