L’Iran spara un altro missile sul nucleare

Se ne va senza una parola, ma la porta che si tira dietro fa tremare l’Iran e il mondo. Il silenzioso ma rabbioso congedo di Alì Larijani, principale negoziatore iraniano per la questione nucleare e segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale, non va preso alla leggera. Le sue dimissioni, annunciate ieri mattina dal portavoce del governo, non sono solo l’ennesimo capitolo dello scontro per bande che dilania i vertici della Repubblica islamica. L’abbandono, innescato dai dissapori con il presidente Mahmoud Ahmadinejad, rischia di vanificare qualsiasi speranza di risolvere per via diplomatica la crisi nucleare. Se discutere con Larijani era difficile, negoziare con Saeed Jalili, un oscuro sottosegretario agli Esteri manovrato dal presidente Ahmadinejad, potrebbe rivelarsi impossibile. La silenziosa ritirata del grande protetto della Suprema guida Alì Khamenei moltiplica, inoltre, i dubbi sulle condizioni di salute della massima autorità politico-religiosa. E aumenta le paure di quanti temono che la lobby militar-fondamentalista prenda le redini del Paese.
L’enigma Larijani scoppia ieri mattina quando il portavoce Gholamhossein Elham spiega che il presidente Ahmadinejad ha accettato le dimissioni più volte presentate dal segretario del Supremo consiglio di sicurezza nazionale. «Le politiche nucleari dell’Iran sono stabili e immodificabili e non cambieranno a causa delle dimissioni di Larijani», sottolinea Elham confermando l’incontro di martedì a Roma tra il negoziatore iraniano e il rappresentante della politica estera europea Janvier Solana. L’incontro – secondo Elham - si farà lo stesso e a condurlo ci penserà il neo designato Jalili. In quelle ermetiche dichiarazioni ci sono tutti gli ingredienti dello scontro. Innanzitutto i protagonisti. Da una parte, il presidente profeta dello scontro aperto con l’Occidente, dall’altra Alì Larijani, il negoziatore voluto dalla Suprema guida Alì Khamenei. Alì Larijani, ex capo dei pasdaran, ex presidente della radio televisione di Stato, 49enne rampollo di una famiglia di religiosi vicinissimi al defunto imam Khomeini, non è un moderato. Il suo arrivo alla guida del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale coincide nel 2005 con la sospensione della moratoria nucleare e la corsa all’arricchimento dell’uranio. Larijani non rinuncia però al dialogo e fa capire di non gradire l’atteggiamento di sfida di Ahmadinejad. Il presidente risponde osteggiando le iniziative del negoziatore. L’affronto finale arriva prima delle dimissioni, quando Ahmadinejad nega l’esistenza di un’intesa tra la Suprema guida Alì Khamenei e il presidente russo Vladimir Putin per la fornitura di combustibile nucleare alla centrale di Busher. L’accordo discusso durante la visita di Putin a Teheran è stato forgiato dallo stesso Larijani e prevede l’accettazione di una serie di controlli russi sull’utilizzo del combustibile nucleare. Il veto di Ahmadinejad e l’abbandono di Larijani innescano le speculazioni sul ruolo di Khamenei.
Per alcuni l’abbandono di Larijani dimostra lo strapotere della lobby presidenzial-militarista. Per i più ottimisti è uno sgambetto di Khamenei ad Ahmadinejad costretto a rinunciare alla copertura diplomatica offerta da Larijani. Per altri il progressivo deterioramento della condizioni fisiche di Alì Khamenei consente ad Ahmadinejad di accelerare la resa dei conti. Un’imminente dipartita di Khamenei e la nomina del successore aprirebbe però un nuovo duello tra l’ex presidente Akbar Ashemi Rafsanjani e i potentati militar-religiosi. Grazie al controllo dell’Assemblea degli Esperti, l’organo a cui spetta la scelta della Suprema guida, Rafsanjani punta a metter le mani sulla massima carica del Paese. Per riuscirci deve però piegare quei poteri forti che nel 2005 gli imposero la più umiliante delle sconfitte regalando la presidenza allo sconosciuto Ahmadinejad.