L’Iran torna al passato: eletto Presidente il falco integralista

Umiliato lo sfidante Rafsanjani, già due volte capo dello Stato: ad Ahmadinejad va il 61,6% dei voti

Nostro inviato a Teheran
Sarà, come si dice, il mezzo gaudio per il mal comune. Sarà la rassegnazione. Saranno i giorni ormai trascorsi. Sia quel che sia, Mahdi Karrubi ha finalmente digerito l'ira funesta che lo rodeva. Al primo turno delle presidenziali si ritrovò retrocesso dal secondo al terzo posto poche ore dopo un annuncio del Consiglio dei Guardiani che comunicava la sorprendente rimonta di Mahmoud Ahmadinejad. Quel giorno Karrubi fu il primo a lanciare pesanti accuse di brogli e a promettere di voler abbandonare ogni carica in seno alla Repubblica Islamica. L'anziano signore in mantello, turbante e barba bianca che accoglie a casa sua il Giornale per commentare a caldo la sorprendente vittoria dell'inarrestabile «falco integralista», è invece il pacato ayatollah di sempre. Un posato e cauto ex presidente del Parlamento, una personalità famosa per aver sempre mediato tra le fazioni più radicali dei riformisti e i poteri legati alla suprema Guida Alì Khamenei.
«Questa volta sono sorpreso - ci dice - ma non ho ragioni per essere arrabbiato, lo scarto di voti è tale da rendere impossibile l'ipotesi dei brogli. Questa volta protestare è inutile, bisogna invece riflettere e comprendere i due motivi che hanno permesso ad Ahmadinejad di sconfiggere il grande favorito Hashemi Rafsanjani. I voti andati al sindaco di Teheran sono tutti voti contro il governo. Buona parte della popolazione è stanca, delusa, impoverita e non appena percepisce l'appoggio dell'esecutivo a un candidato lo rifiuta.
«Il secondo motivo determinante - aggiunge Karrubi - è la scarsa popolarità di Rafsanjani. L'ex presidente, contrariamente a quanto si pensava, non dispone d'un consenso accettabile. Per molti il ricordo dei suoi due precedenti mandati da presidente, il malessere e lo scontento sociale di quei tempi, sono difficili da cancellare. Se a questo aggiungiamo la campagna di denigrazione condotta da una parte dei conservatori e dai riformisti più accesi le ragioni della sua sconfitta appaiono chiare».
A chi si riferisce?
«Mi riferisco ai gruppi religiosi più oltranzisti come quelli guidati dall'ayatollah Mazba Yasdì, ma anche ad alcune lobby e a quei poteri forti capace di mobilitare i bassiji e una parte dei pasdaran. Questi sono sicuramente i gruppi che hanno contribuito in maniera determinante al fallimento di Rafsanjani».

È proprio sicuro che nessuno abbia manovrato il voto?

«Sicuro. Dalle cinque alle otto di sabato scorso io ero in testa con il 31 per cento dei voti. Poi non appena è il Consiglio dei Guardiani è intervenuto per sostenere Ahmadinejad sono precipitato al terzo posto. Questa volta, invece, la sua vittoria è apparsa chiara sin dalla chiusura dei seggi. Da tutte le città arrivavano, venerdì sera, segnali che davano per sconfitto Rafsanjani. Per questo mi sento di escludere la possibilità di brogli».

Un contributo importante è arrivato dagli astensionisti. Il Paese era a un bivio cruciale, ma ha votato meno del 60 per cento. Il 40 per cento degli elettori non riconosce più la legittimità del sistema?

«Nel gruppo dei non votanti vanno distinte almeno quattro categorie. La prima è rappresentata dai delusi del primo turno, gente che non voleva votare per nessuno dei due candidati rimasti. La seconda è quella di persone arrabbiate con una parte del sistema per ragioni legate al lavoro o a problemi personali. La terza è più banalmente quella delle persone negligenti che hanno preferito farsi una gita in montagna o sul mar Caspio. Oltre a questi vi sono certamente molti che contestano integralmente il sistema uscito dalla rivoluzione islamica, ma non si può attribuir loro tutto il peso dell'astensione».

Molti danno l'Iran per spacciato. Sostengono che il Paese si sia autocondannato a un salto nel passato, se non addirittura ad una sorta di «talebanizzazione»...

«Io non sono così pessimista. Abbiamo alle spalle il patrimonio culturale di 27 anni di rivoluzione. In questi anni il Paese ha elaborato il proprio passato, ha sviluppato una classe politica, creato dei processi sociali difficilmente cancellabili da un giorno all'altro. Mi preoccupa invece il rafforzarsi di quello che definisco “pensiero chiuso”, quello che trascura gli interessi e le aspirazioni dei cittadini. Ma io guardo con ottimismo al movimento delle università, al lavoro di studenti e intellettuali e sono certo che non riuscirà a prevalere».

Il pensiero chiuso è quello che Mahmoud Ahmadinejad definisce purezza rivoluzionaria?

«Non mi riferisco a lui, parlo delle persone e dei gruppi che lo circondano. Spero che lui sia in grado di controllarli, così come il presidente Mohammed Khatami controllava le fazioni più radicali del movimento riformatore».

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