L’Irlanda cambia pelle: da Paese di emigranti a calamita per immigrati

I tempi della diaspora dovuta alla miseria endemica sono lontani: il boom economico della «Tigre celtica» attira gli stranieri, che sono ormai il 14% della popolazione

Di «scuro», fino a una quindicina di anni fa, qualsiasi bravo irlandese medio sarebbe stato in grado di citare unicamente la birra Guinness, diffuso e ammesso vizio nazionale, per non dire icona della verdissima isola. Quanto poi a «scuro» inteso come pigmentazione dell'epidermide, nemmeno a parlarne. Sempre di un simbolo nazionale si sarebbe trattato: efelidi. Lentiggini, insomma. Ovvero timide punteggiature marroncine in campo irrimediabilmente pallido.
Ma il tempo che corre sempre più veloce, spinto da «motori» economici innovativi e frettolosi come l'informatica, le nuove tecnologie in genere e la finanza innovativa, hanno cambiato volto all'Irlanda in un battito di ciglia. Affollandola di banche, di società del terziario e di filiali dei maggiori imperi mondiali del software e dell'hardware. Appiccicandole addosso l'attributo ormai indissolubile di «Nuova» e addirittura il soprannome di «Tigre celtica», nel senso di aggressiva come quelle delle ruggenti crescite asiatiche. Trasformandola di conseguenza in una terra di immigrazione in cui, su 4 milioni di residenti, gli stranieri sono ormai il 14 per cento della popolazione. Insomma, una terra che agli occhi di molti resta «promessa» anche se nel 2008 - a ognuno la sua crisi - si dovrà «accontentare» di un più 3 per cento del Pil dopo il 4,7 messo a segno quest'anno.
Così è successo. Perfino in questo Paese dove in molte località, fino ad appena una dozzina di anni fa, un nero a passeggio avrebbe lasciato dietro di sé una scia di gente con la bocca spalancata per la sorpresa. È successo che il 28 giugno scorso, in questo minuscolo eldorado moquettato d'erica e trifoglio, un nigeriano color cioccolato di 43 anni, Rotimi Adebari, sia diventato il primo sindaco di colore. È accaduto a Portlaoise, comunità di 18mila abitanti dall'impronunciabile nome gaelico, dove questo sorridente ed elegante immigrato africano, perdipiù ex campione di tennis, è perfino riuscito a mettere d'accordo, ottenendone l'appoggio bipartisan, sia la destra del partito Fine Gael sia la sinistra del Sinn Fein.
Rotimi, nato in una famiglia agiata, era scappato dalla Nigeria nel 2000. Non per motivi politici, ma per sfuggire alla manifesta ostilità di un padre - musulmano tutto d'un pezzo - che non riusciva ad ammettere né tollerare la conversione al cristianesimo del figlio. Così, a pochi anni dallo sbarco all'aeroporto di Dublino con due bambini più un terzo ancora nella pancia della moglie Ronke, è diventato la punta avanzata dell'esercito di 30mila africani in cerca di asilo che a partire dalla metà degli anni Novanta sono stati accolti e assorbiti dalla società irlandese.
Si potrà anche spiegare l'accaduto con la famosa esclamazione anglosassone secondo la quale «questo è il mercato, bellezza!». Ma certo è che la repentina trasformazione dell'isola lascia sbalorditi. Soprattutto andando a rileggersi la storia di questa che tra il 1845 e il 1852 fu qualcosa di più che terra d'emigrazione. Fu testimone di un'autentica diaspora. Fu il dolente porto di partenza delle Famine ship, le navi della carestia che a ondate successive portarono un quarto della popolazione isolana, spinta dagli effetti devastanti della peronospora della patata - e quindi dalla fame - ad attraversare l'Atlantico diretta perlopiù verso gli Stati Uniti e l'Oceania.
In anni recenti, moderne repliche di quelle navi, fortemente volute dal governo di Dublino e trasformate in vetrine audiovisive dei risultati economici raggiunti, hanno iniziato a toccare i principali porti americani e australiani per favorire un fenomeno immigrativo di ritorno reso del resto più facile anche dalla lingua in comune. E ha funzionato: nel solo 2000 la metà dei 50mila nuovi arrivati ha potuto vantare radici irlandesi. Decine di migliaia di persone che vanno ad aggiungersi ad altre decine di migliaia, provenienti soprattutto dai Paesi dell'Est, che ogni anno trovano qui un lavoro e una casa attirate dal programma governativo Know before you go (Informati prima di partire).
Un progetto che attraverso la diffusione di Dvd e pubblicazioni in cinque lingue (polacco, lettone, lituano, ceco e slovacco) sta riuscendo ad attrarre i migliori giovani talenti dell'ex impero comunista. E questo è decisamente il mercato, bellezza!