L’ironia del Cavaliere per la sinistra è "peggio del fascismo"

Ogni volta le battute di Berlusconi fanno gridare allo scandalo gli avversari. "Repubblica" e "Unità" gridano alla democrazia a rischio. La verità è che non accettano che agli italiani possano piacere

Silvio Berlusconi fa le corna, alza il medio, si mette la bandana, fa il ganassa con la premier finlandese, dice che votare Prodi è da coglioni, racconta barzellette sugli ebrei (agli ebrei) e via Berlusconi: ma la sinistra italiana seguita ad additarlo come se questi comportamenti non fossero tipicamente suoi ma occasionalmente di un altro, come se Berlusconi non fosse l’outsider che innegabilmente è, come se l’antropologia dell’uomo di Arcore fosse il suo punto debole e non una parte inscindibile del personaggio irripetibile che conosciamo: personaggio che, dopo una vita di attacchi, non solo è ancora qui, ma ancora una volta si avvia a governare questo Paese con il consenso della maggioranza. Come è possibile?
Ricominciamo da capo, dalla battuta sul precariato fatta ieri l’altro. Silvio Berlusconi appunto ha fatto una battuta a una giovane ragazza (le ha detto che per sistemarsi avrebbe potuto sposare suo figlio) e alcuni giornali hanno pensato che fosse la notizia più importante del mondo, da aprirci la prima pagina. Diciamolo meglio: una ragazza ha chiesto a Berlusconi come possa una coppia metter su famiglia senza un reddito fisso, oggigiorno, dopodiché Berlusconi ha fatto una battuta (la ragazza ha riso) cui è seguita ovviamente una risposta seria e basata sul suo programma politico, e però alcuni giornali hanno fatto un putiferio e hanno messo quella battuta al centro dell’agenda politica. Tuttavia neanche questo ci basta, perché si potrebbe osservare che un certo spirito resti comunque fuori luogo (lo diceva, qui, l’editoriale di ieri) giacché in campagna elettorale è sempre meglio restare sobri e non offrire il fianco alla speculazione altrui.
Ma un conto è pensar questo, un altro è il comportamento di certa stampa oggettivamente fuori dal mondo: l’Unità di Antonio Padellaro sul caso ci ha fatto un inserto di 4 pagine (ci fosse stato Furio Colombo, avrebbe mandato gli strilloni per strada) con il titolone «Precari, il disprezzo di Berlusconi» più 8 articoli tra i quali uno di Roberto Cotroneo dove si spiegava che l’episodio è «peggio del fascismo»; l’Unità inoltre, e questo fa abbastanza schifo, non solo ha storpiato le parole di Berlusconi, ma in 4 pagine non ha trovato neanche uno spazio per riportare l’opinione della giovane ragazza cui la battuta era diretta: «Ho preso quella battuta come uno scherzo», aveva detto lei, «ma alle domande poi lui ha risposto. Lo stimo. Le polemiche? I politici si attaccano a tutto». Ecco: l’unico dato credibile, a margine di questo noioso bailamme, è che Berlusconi non abbia fatto nessun calcolo. Per quanto calcolatore sotto altri aspetti, il Berlusconi naïf è pura e prorompente improvvisazione, spontaneismo bambino, ciò che fa di lui una persona istintivamente simpatica a chiunque l’abbia conosciuto anche per poco. Potete star certi che la prima reazione di Berlusconi, a fronte della bolla giornalistica sulla sua battuta sul precariato, sia stato un genuino stupore misto a un rassegnato menefreghismo.
È assai probabile che il Cavaliere non ci provi neanche più da anni, per dire, a comprendere che accidenti possa volere da lui un quotidiano come Repubblica e un giornalista ad esempio come Curzio Maltese: il quale, ieri, per quella battuta, se l’è presa ovviamente da morire. Repubblica ci ha aperto la prima pagina: non si capacita, da lustri, di come Silvio Berlusconi possa semplicemente piacere così com’è. È per questo che negli ultimi 15 anni è stato spacciato di tutto, da quelle parti: piani massonici, plagiature mediatiche, ipnosi televisive, corruzione delle coscienze, insomma tutto fuorché la semplice ipotesi che Silvio Berlusconi possa piacere agli italiani per quello che è, per quello che fa, per le cacchiate che ogni tanto spara: tutto compreso.
Una nota personale, ma non troppo. Non vedo Berlusconi da molto tempo, ma nella mia memoria è stagliato il giorno in cui lo conobbi. Fu nel 1996, ad Arcore. Mi parcheggiarono in una stanza piena di libri antichi, sinché, di lontano, vidi una sagoma bianca all’orizzonte: era lui in tuta da ginnastica. Camminava piano, pareva dolente. La prima parola che mi rivolse non fu «buongiorno» o «come va» o roba del genere, la frase fu questa: «Facci, Facci, qui finisce che non mi tira più». L’avevano appena operato a non so cosa. E non so come avrebbero reagito Furio Colombo o Curzio Maltese, ma io risi. Forse appartengo alla parte peggiore del Paese: ma risi come uno scemo. Era Berlusconi: lo stesso uomo che un giorno sarebbe stato applaudito alla Casa Bianca. Lo-stesso-uomo. Intanto, proprio in quei giorni, precisamente nel novembre 1996, Curzio Maltese scriveva questo: «Berlusconi è un politico finito, lo sanno tutti». Lo sanno tutti.