L’ironia di Solenghi ravviva la radio

Un atto di amore per la radio quello di Tullio Solenghi nel monologo «L'ultima radio» di Sabina Negri.
Un testo teatrale attraversato da un filo di nostalgia che racconta la nottata di un conduttore che arrivato alla sua ultima trasmissione, la 537esima, approfitta della circostanza per sfogarsi, rievocando momenti della sua carriera e della sua vita privata attendendo invano la telefonata di qualche ascoltatore.
Chiacchierando coi suoi uditori tocca molti argomenti celebrando, ad esempio eroi della radiofonia come Armstrong, che dopo aver inventato la modulazione di frequenza si buttò da un grattacielo quando si rese conto che la grande industria gliel'aveva rubato la scoperta, e Peppino Impastato, ucciso dalla mafia che prendeva in giro nelle sue trasmissioni, ma il cui giorno dell'assassinio fu ignorato perché coincise con quello del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro.
Parlando di sé il conduttore rievoca il provino fallito agli esordi, il viaggio formativo nella swinging London, l'amore devastante per una tossica che lo trascinò nell'inferno della droga, ma che gli diede una figlia, ora scopo della sua vita.
Nell'epoca in cui regnano lo share a l'auditel Tullio Solenghi vuol dar voce a coloro che non riescono a stare al passo coi tempi e che non riescono a trovare il canale giusto per farsi accettare.
Lo fa mettendoci molto di sé, virando un po' più verso l'ironia che, come dice lui, è alla base della sua ricetta di sopravvivenza. E sono proprio questa ironia e la simpatia personale con il sagace inserimento di qualche suo numero divertente come le imitazioni di Sordi e Mike Buongiorno ad alleggerire il copione della Negri che diventerebbe sempre più cupo per quanti episodi tristi racconta.
In una scena scarna, quasi metafisica, formata da un parallelepipedo di plexiglass sono troppi gli argomenti drammatici trattati senza andare però mai veramente a fondo, meno male che la presenza di un attore della levatura di Solenghi fornisca continui spunti e riesca a navigare in un testo debole con classe impeccabile.
Le musiche, prese dal repertorio della vita di tutti spaziano da Bob Dylan ai Genesis fino ad arrivare a canzoni meno note di Gilda Giuliani e Paolo Conte in una regia che punta il dito sul mattatore.