L’irrealtà del Paese reale

La vittoria ha mille padri (un po’ meno madri, si diceva) e non riesco a non rimanere sbigottito di fronte a certe posizioni per esempio espresse da Antonio Socci su questo giornale o da Giuliano Ferrara sul suo. Davvero quest’ultimo può credere che l’astensione sia perlopiù dovuta a «una valanga di italiane e di italiani che ha guardato nel microscopio e ha visto l’embrione umano?». Veramente, a proposito di questo voto, Ferrara può aver utilizzato tronfiamente - forse per la prima volta in vita sua - l’espressione «sovranità popolare» e «verdetto dei cittadini»? Davvero non pensa che altri fattori determinanti e assai più banali possano aver contato nel suggellare un esito comunque indiscutibile? Ma veniamo all’amico Socci, che ha scritto un articolo che già dal titolo presumeva di riferire di quel famoso «Paese Reale» del quale tutti, prima o poi, ci ritroviamo a scrivere per dire che è sempre un altro, e che i giornalisti ­ gli altri ­ non l’hanno mai capito. Ora non è importante che io mi soffermi sulla plausibilità di quella sorta di Spectre referendaria cui Socci contrappone «un’altra Italia che i giornali disprezzano o ignorano», diversamente appunto da Socci che non l’ignora, sostiene. M’interessa notare come sia facile cadere da una presunzione a un’altra: perché è certamente vero che un certo Paese reale esiste soltanto nella nostalgia degli anni Settanta e Ottanta, ma non vorrei che viceversa il Paese reale dei giorni nostri esistesse soltanto nella visione passionale e credente di Socci, come in realtà penso. Da un eccesso a un altro, ossia. Non mi è piaciuta la maniera in cui Socci ha cercato di dimostrarlo, peraltro: si è rifatto a un precedente sondaggio di Repubblica e ha citato dei dati percentuali che ci propone, ora, al posto delle percentuali che l’invito all’astensione ci ha impedito di avere con chiarezza, e col più democratico dei modi: e perdonerà se su questo - sul ruolo diseducativo dell’invito all’astensione ­ non cambierò idea sinché campo. Non mi è inoltre piaciuta, ma questa forse è una sciocchezza, la prosa di quando ha descritto «un’Italia che si fida della Chiesa e pure del Parlamento», scritto in questo particolare ordine. E non sto a riprendere tutti i dati citati da Socci come non sto a rivendicare il diritto di diffidare dei sondaggi o più semplicemente di non credervi. Faccio un solo, stupido esempio. Secondo l’indagine, il 29 per cento degli italiani giudicherebbe l’aborto «moralmente inaccettabile» e un altro 44 per cento «moralmente sbagliato», e questo, per dire, nel giorno in cui la stessa Maria Grazia Sestini di Forza Italia, che pure è antiabortista rigorosa, sul Corriere della Sera tuttavia spiegava che la legge sull’aborto piace all’84 per cento degli italiani. E che cosa dovremmo dedurre, per esempio, da questo? Che Paese reale potremmo descrivere? Quali italiani? Non faccio altri esempi perché non è questo il punto e nondimeno perché non ho un altro Paese reale da contrapporre a mezzo di altri sondaggi: ma non credo che faticherei a scovarne uno. Mi limito a fare una certa fatica, proseguendo, a credere che il Paese reale sia «La mite e bella Italia cattolica di Radio Maria, dei pellegrinaggi a Loreto e dei rosari, quella cioè che ha vinto», e reputo improbabile che in Italia i non credenti siano «una sparuta minoranza» di poco superiore al 5 per cento, e non mi piace per niente, infine e soprattutto, il tono con cui Socci liquida come «laicista» praticamente tutto ciò che non gli corrisponde, salvo limitarsi a dire che anche intellettuali cattolici come Vittorio Messori e Giuseppe De Rita «non hanno capito il Paese». Ho l’impressione che Socci faccia una dolosa confusione tra laico e laicista, non comprendendo peraltro che questa battaglia referendaria è stata parimenti stravinta (comunque stravinta, l’ho ripetuto) da moltissimi laici di un genere cui Socci forse non appartiene, giacché laico non è soltanto chi non indossa la tonaca, ma è colui «che si oppone a qualsiasi forma di ingerenza ecclesiastica ­ cito il De Mauro ­ e chi rifiuta di uniformarsi rigidamente e in modo acritico a un’ideologia». Ma d’inoltrarmi su questo terreno non me lo sogno neppure. Mi prendo il diritto, però, di sorridere all’idea che «Gli italiani hanno capito che dietro questi referendum c’erano solo furori ideologici ­ parole di Socci - e hanno buttato questi ferrivecchi nella pattumiera della Storia». Ma allora l’avrebbero già dovuto capire per il referendum sull’Articolo 18: la percentuale di votanti fu la stessa, e però nessuno pretese di voler catalogare così strettamente, in un'Italia sola, quel 75 per cento di astenuti. La verità è già stata detta qua a là: da oltre dieci anni lo strumento referendario si è ormai esaurito e non si raggiungerebbe il quorum neppure se gli italiani votassero la propria entrata in guerra. L’Istituto Cattaneo, che Socci certo conoscerà, lo ha spiegato bene: «Sin dal 1999 è chiaro che il quorum è tecnicamente irraggiungibile quando una pur piccola minoranza decide di usare l’astensionismo strategico». Detto ciò, ripeto per l’ennesima volta che vittoria e sconfitta in questo referendum sono comunque stra-nette, e mi guardo però bene, come Socci paventa, di giudicare perciò incivili e ottusi gli italiani: nel comportamento degli italiani durante lo scorso weekend non ho visto semplicemente nulla di rivoluzionario, o particolarmente sensoriale di un’epoca. Vedo, ho visto, un dibattito confuso ma a tratti interessante attorno a un referendum improbabile che riguardava una legge approvata da una larga maggioranza parlamentare, e perciò, inevitabilmente, difesa dalla maggioranza medesima. Circa la libertà di coscienza, ho visto scarsa libertà e pochissima coscienza. Ho visto questo e, come la maggior parte del Paese reale, ho già altre preoccupazioni.

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