L’irrequieto ecologista d’alta quota

Disertore austriaco, divenne italiano verso la fine della sua agra vita. Che, deluso dagli uomini, trascorse alla ricerca del contatto con la natura

Più di un secolo è trascorso dalla sua morte, ma è ancora al suo gusto che i discendenti devono l’appartenenza al bel mondo. Nelle riviste patinate sulle più ambite dimore, appare con frequenza il suo chalet di collezionista d’arte. Tre piani in legno di larice davanti alle maestose montagne dei Graubuenden.
Gli arredi sono quelli di allora. I mobili confezionati dal cognato, Carlo Bugatti, il più avveniristico designer di fine ’800. I preziosi servizi di bicchieri, col monogramma GS, che il Nostro acquistò indebitandosi. Gli acquerelli dell’amico Max Liebermann, il Fauno del Tiziano, la Venere nei modi del Giorgione e un contorno di altri splendidi dipinti, gran parte omaggio degli autori. Signora della casa e erede di tutto, Ragnhild S., nobildonna ben inserita nell’alta società svizzera, esperta d’arte e di vini. Se l’avo potesse affacciarsi nella sua vecchia magione, il lusso della pronipote lo stupirebbe non poco. Lui che in vita oscillò tra miseria nera, benessere saltuario e debiti causati dalla sua megalomania.
Il Nostro, un disertore austriaco che divenne italiano di malavoglia verso la fine della vita, nacque dal terzo matrimonio del padre. La madre, 25 anni meno del marito, fu la più tenera compagna di giochi del bimbo. Insieme correvano sulle rive del lago di casa, tra i maggiori dell’arco alpino. Ma presto la mamma morì e il piccino, di appena cinque anni, provò un doloroso stupore che gli si annidò per sempre nell’animo. Da adulto, la maternità divenne motivo ispiratore della sua poetica. Una delle sue composizioni più note si intitola appunto Le due madri. Ambientata in una stalla, descrive una mucca col vitellino e una mamma col bambino che, affiancate, nutrono i propri cuccioli. Questa allegoria dell’amore materno che non distingue tra l’animale e la donna, fece scandalo tra i benpensanti. Ma era il preannuncio di una nuova sensibilità che oggi diremmo ecologista.
Dunque, morta la terza moglie, il padre portò l’orfano a una figlia di primo letto che abitava a Milano. Sistemato il bimbo, l’uomo partì in cerca di fortuna e non tornò più. La sorellastra si trovò sul groppone un fratellino indesiderato. La convivenza durò malamente qualche anno, finché il dodicenne fuggì da Milano. Mentre vagava per le campagne, fu raccolto da una famiglia di contadini che se lo prese in casa. Ma presto il ragazzino fuggì di nuovo tornando in città. Stavolta scelse direttamente di fare il barbone tra Porta Ticinese e Porta Genova. Di giorno, si adattava a lavoretti commissionati dai commercianti della zona. La sera, con la complicità del sagrestano, dormiva tra i banchi della chiesa di Sant’Antonio.
Poiché aveva un rozzo talento per il disegno, racimolava qualche quattrino facendo ritratti ai nuovi amici di quartiere. Gli fu chiesto perfino di salire in un appartamento dove era appena morta una bambina di tre anni, per riprodurre dal vero il volto della morticina. Un giorno fu sorpreso dalle guardie in un barcone sui Navigli con un pacco di stoffa rubata. Arrestato, subì il processo. La sorella, rintracciata, testimoniò contro di lui. «Un delinquente nato. Coi ladri, quello è il suo posto», disse e il ragazzo venne rinchiuso al «Marchiondi», tetro correzionale. Anche questa serie di abbandoni familiari, dal padre alla sorellastra, divennero poi motivi poetici. Basteranno due titoli: Gli orfani, e l’eloquente Tu non c’eri, sorella per me!.
Al «Marchiondi» patì per quattro anni, ma almeno imparò a leggere e scrivere, finché si fece vivo uno zio che lo riportò al suo paese sul lago alpino. Il parente, che faceva di mestiere il fotografo, lo dirozzò nell’arte dello scatto. Il diciottenne imparò a individuare gli scorci migliori e a salire, per coglierli, sulle cime più spettacolari. Le montagne divennero la passione della sua vita.
Tornato a Milano per approfondire le conoscenze tecniche, incontrò la futura moglie, Bice Bugatti, sorellina di un suo estroso amico. Quel Carlo, citato più su come geniale mobiliere dello chalet svizzero, e padre poi di Ettore, costruttore della quattroruote in auge negli anni ’20 del XX secolo. A 23 anni sposò la Bicetta e ne ebbe, coi soli intervalli dei tempi tecnici, quattro figli. Di pari passo cresceva la sua consapevolezza artistica. Trovò dei mecenati nei fratelli Vittore e Alberto Grubicy de Dragon, di famiglia ungherese milanesizzata. In cambio dell’esclusiva sulla produzione, i Grubicy si sobbarcarono del sostentamento suo e della nidiata, vita natural durante.
Per essere a contatto con la natura e alimentare la sua ispirazione, il Nostro abbandonò Milano per la Brianza. Dopo quattro anni sentì il bisogno di salire più in alto e traslocò a Savognino, 1300 metri. Otto anni dopo, l’urgenza delle vette si fece più forte. Si stabilì coi suoi a 2000 metri nello chalet in cui tuttora abita Ragnhild, la pronipote. Maloja però non era che una base per salire più su e studiare in pace la luce delle cime. Prese l’abitudine di trascorrere settimane in una baita a 2700 metri, lontano dalla famiglia. Fu in questo romitaggio che un attacco di peritonite lo uccise a 41 anni.
Chi era?