L’irrilevanza di Prodi

È prevedibile che nel pietoso tentativo di alleviare le sofferenze di Romano Prodi rapidamente si apra un inutile dibattito sul valore effettivo della partecipazione di tre ministri (Pollastrini, Ferrero e Pecoraro Scanio) al Gay Pride svoltosi ieri a Roma. I più fini cultori del bizantinismo, scuola sempre fiorente in Italia, tenderebbero a distinguere fra «saluto» e «partecipazione», per dimostrare che i tre esponenti dell’esecutivo non hanno inteso sbertucciare il loro quasi premier facendosi vedere in piazza. Un saluto, un salutino, che sarà mai? Come un tempo nelle stazioni ferroviarie, quando si agitava la mano fissando i cari visi che si sporgevano dal finestrino.
Beh, non è stato un cenno della mano, lo sventolio di un fazzoletto. I tre ministri si sono presentati fra i manifestanti e hanno motivato le ragioni del loro appoggio e del loro incoraggiamento. Vivevano e lottavano con loro, anche se da non-marciatori. Avanti così, ragazzi! E quelli sono andati avanti, esibendosi in cori aggressivi, in slogan crudi, uno dei quali recitava «Prodi babbeo, beccati ’sto corteo». L’importante non è vincere, è partecipare e i tre ministri hanno partecipato, con il peso del loro incarico istituzionale, pure se la manifestazione era anche contro il governo.
La schizofrenia e l’ambiguità sono diventati i tratti distintivi della sfilacciata nomenklatura che non ci governa. Per restare in tema, ministri ed esponenti dell’Unione sono politicamente «bisessuali», nel senso che indifferentemente vanno col governo e coi suoi contestatori, come dicono i francesi «vanno a vela e a vapore».
Nella solitudine che li minaccia, nell’angoscia provocata dall’assedio del dissenso e dello scontento, questi politici e questi improvvisati ministri sono decisi a sfruttare ogni nicchia o sacca di consenso, insensibili agli scricchiolii che certe posizioni provocano nella sgangherata coalizione.
E dire che Romano Prodi s’era raccomandato che tenessero un contegno consono alla loro collocazione governativa. Il Professore sa che non può alzare la voce e allora – informalmente, a margine del Consiglio dei ministri - aveva pregato e blandito: lui non avrebbe gradito una partecipazione, ma poiché era evidente che nessuno avrebbe preso in considerazione i suoi desideri, al massimo sarebbe stato tollerato un «saluto».
Che tempra! È evidente che i ministri se ne sono infischiati dei suoi dubitosi voleri e il saluto è stata un’effettiva e propulsiva partecipazione.
Di fronte a una squadra che non riconosce, per motivi ideologici e strutturali, il capitano, è probabile che Romano Prodi faccia suo lo sfogo che fu di Giovanni Giolitti, il quale ebbe a dire che, ogni qual volta indicava un ministro, creava un ingrato e cento scontenti. Sia chiaro, questa sarebbe l’unica esternazione che potrebbe avvicinare l’attuale inquilino, minacciato di sfratto, di Palazzo Chigi a un primo ministro coi baffi. La verità è che i ministri Prodi non li ha nemmeno indicati, ha subito il prodotto dell’alchimia perversa che regola la vita dell’Unione. La stessa alchimia che genera schizofrenia e impotenza.
Una situazione terribile per il Paese. Bisogni e problemi incalzano, s’impongono scelte decisive, ma il Professore, in una solitudine totale, si aggira nel Palazzo leggendo quel punto del «dodecalogo» in cui si afferma che, in caso di contrasti, è il presidente del Consiglio a dettare la linea. E mentre legge a voce alta ed esclama: «Il padrone sono me», i ministri lo salutano con la manina.
Salvatore Scarpino