L’irritazione del Quirinale: «Che cos’è questa novità?»

Ciampi vede Casini e oggi Pera: «Mi riservo di decidere». E il centrodestra si ricompatta

Massimiliano Scafi

da Roma

«Cos’è questa storia di votare a maggio?». Eh sì, stavolta è un Carlo Azeglio Ciampi davvero «infastidito» quello che alle sette e mezzo di sera riceve nel suo studio il presidente della Camera. «Cos’è questa novità?», si sfoga con Pier Ferdinando Casini, salito sul Colle per riferire «quanto emerso dalla capigruppo della Camera»: due settimane in più di lavoro, scioglimento il 10 febbraio, voto il 9 aprile. Il «maggio» ipotizzato da Silvio Berlusconi sarebbe dunque solo un modo di far pressione, un rilancio da pokerista, da cui Casini prende cautamente le distanze: «Sono qui da notaio, non ho idee personali sulla questione». Ma tanto basta per provocare una «forte irritazione» al Quirinale. Così Ciampi ascolta il rapporto «notarile» di Casini, «apprende ufficialmente» che la maggioranza ha bisogno di altri quindici giorni per, come ha spiegato a metà pomeriggio il ministro dei rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi, «far diventare leggi provvedimenti già incardinati» ma pure che l’opposizione invece è contraria. E spiega che «si riserva di decidere».
Intanto oggi toccherà a Marcello Pera. Il presidente del Senato riunirà i suoi capigruppo, sentirà «tutte le posizioni» e andrà pure lui sul Colle a riferire. Solo a quel punto, dopo aver completato il giro d’orizzonte istituzionale, il capo dello Stato farà conoscere la sua scelta definitiva. Per ora, a quanto si apprende, è «fermo nelle sue convinzioni», cioè mandare tutti a casa il 29 gennaio, per consentire lo svolgersi di una campagna adeguatamente lunga visto che c’è un nuovo sistema elettorale.
E Ciampi sarebbe orientato a mantenere il punto, dando seguito all’accordo stretto tempo fa con il Cavaliere. Ma al tempo stesso si rende conto che i suoi margini d’azione si stanno riducendo. Certo, potrebbe anche firmare comunque il decreto di scioglimento per il 29: è tra i suoi poteri costituzionali. Però il governo ha fatto chiaramente capire che potrebbe non controfirmare il provvedimento, o che il Consiglio dei ministri potrebbe lasciare passare quindici giorni prima di convocare i comizi elettorali: e questa seconda procedura è invece tra i poteri di Palazzo Chigi.
Sull’altro fronte Berlusconi non molla. Delle due una: o Ciampi concede quindici giorni di tempi supplementari, o il governo se li prende lo stesso, con degli strumenti che non avranno forse molti precedenti ma che sono comunque previsti dalla Carta. C’è di più. Rispetto al vertice di domenica sera, la situazione è cambiata. Il premier è riuscito a ricompattare la maggioranza, a convincere i tanti dubbiosi: tutta la Cdl ora chiede quelle due settimane. Certo, se il capo dello Stato non vuole uno scontro istituzionale, anche il Cavaliere non ha interesse ad alimentare la frizione con il Colle e quindi vorrebbe evitare strappi e raggiungere una soluzione concordata. Lo spiraglio resta aperto. «Si troverà un’intesa - prevede Roberto Calderoli - con buona pace di tutti».
Ma dopo tante parole, riunioni e contatti informali, come si fa a uscire da quest’imbuto? La strada la indica proprio il partito di Casini: Ciampi potrebbe accettare di rimandare di quindi giorni lo scioglimento delle Camere e il governo potrebbe in cambio indire subito i comizi elettorali e il regolamento della par condicio. D’altronde, dice Giovanardi, «se si parlasse di uno slittamento della legislatura al dieci febbraio saremmo nell’assoluta normalità fisiologica: non un rinvio, ma un minor anticipo». Lorenzo Cesa avverte: «Nessuno scontro con il Colle, le decisioni delicate sulle data dello scioglimento vanno prese nel corretto dialogo istituzionale con il Presidente della Repubblica». E non basta. «L’Udc valuta con soddisfazione - insiste il segretario dei centristi - l’assicurazione data dal presidente del Consiglio di introdurre la par condicio a partire dal giorno dello scioglimento».
Quindici giorni dunque. In queste due settimane a cavallo tra gennaio e febbraio potrebbero essere approvati una serie di decreti pendenti. C’è poi la legge sull’inappellabilità, rinviata alle Camere da Ciampi e che Berlusconi considera essenziale. Verrà ridiscussa o riapprovata così com’è stata bocciata? «La riforma dovrà essere riveduta seguendo le indicazioni del Quirinale», sostiene Casini, e così indica un’altra concessione da fare al capo dello Stato per chiudere senza troppi cocci la penultima partita a scacchi della legislatura.