L’irruenza di una bacchetta finlandese

Tutti pensano di conoscerlo. Tutti lo credono un ragazzo. Tutti lo immaginano dedito al repertorio romantico tinto di suggestive nebbie nordiche. Esa-Pekka Salonen, finlandese di Helsinki, compositore e direttore, già principale della Philharmonia Orchestra di Londra e oggi direttore musicale della Filarmonica di Los Angeles, città nella quale vive, ha 47 anni, è la bacchetta più irruenta e indomita nelle quale ci sia imbattuti, non è mai venuto a Milano. O quasi. Della piccola schiera di nordici approdati al Piermarini è l'ultimo in ordine di tempo. Il primo fu Arild Remmereit, sostituzione affannata dell’immediato dopo Muti. Il secondo Jukka-Pekka Saraste.
Lui arriva solo adesso. Ma con quale scarto qualitativo! Esa-Pekka, ricordo sfuocato del tempo in cui era attiva in Conservatorio l’Orchestra Rai, è al suo debutto scaligero. Il concerto straordinario, organizzato la domenica sera per un’occasione benefica (L’amico Charly) poteva anche sfuggire. Invece affolla palchi e platea. Ottiene un successo clamoroso. Rivela un direttore importante. Conferma la fama dell’ospite Philharmonia Orchestra. Alla fine a lui brillano gli occhi per la felicità, a noi, dopo tanto vuoto, non par vero. Un bellissimo programma accosta tre autori dell’Europa orientale. La Russia di Musorgskij e Stravinskij e l’Ungheria di Bartók. Tre partiture nate per il teatro e la fiaba che tra le mani di Esa-Pekka acquistano la più pura autorevolezza orchestrale. La Notte sul Monte Calvo di Musorgskij viene data nella versione originale, cioè avulsa dalle successive destinazioni operistiche. Il mandarino meraviglioso di Bartók in quella concordata con il grande coreografo Aurel Milloss. Un urlo, lo stesso degli eventi che accompagnano la caduta dell’impero austro-ungarico e le sorti della comune patria magiara. L’uccello di fuoco di Stravinskij, balletto commissionato da Diaghilev per i Ballets Russes nel 1910, nella versione originale (ma Stravinskij preferiva le successive Suite). Il programma è forte e affidato all’orchestra più importante del Regno Unito. Salonen lascia senza parole. È autorevole, preciso, scattante, intenso. Si avvale di una tecnica direttoriale che permette al mare di professori inglesi (ma quanti saranno?) di seguirlo con precisione alchemica. Il lavoro di concertazione è minuzioso. Musorgskij lo squillo degli ottoni, il mormorio cupo dei bassi, la visionarietà allucinata degli archi.
Il Mandarino, un urlo espressionista stregato, dirompente, ai limiti della possibilità evocativa. Stravinskij, nasce e muore nel silenzio. Mentre la mano del direttore sbalza clarinetto, oboe, corno. Ma soprattutto tira fuori da quella partitura spigolosa il disegno ingenuo e colorato dell'iconografia popolare. Bene anche lo Stravinskij del bis. Troppo corposo, ancora un bis, il Ravel di Jardin féerique. Ed è quanto basta per stabilire una cifra e una precisa zona di competenza.