L’Islam con i jeans che vive in Tunisia e scomunica soltanto gli estremisti

Marcello Foa

nostro inviato a Tunisi

Un Islam moderato, tollerante, in sintonia con buona parte dei nostri valori. Quell'Islam esiste, in Tunisia. Qualcuno dirà: non è una novità assoluta. Vero. È dal 1956, anno dell'indipendenza, che questo Paese avanza verso la modernità. Ma dall'11 settembre l'Islam, in Occidente, è sinonimo di intolleranza, arretratezza, terrorismo. Eppure la Tunisia è ancora lì. E il fatto che molti di noi vi trascorrano le vacanze non modifica la nostra percezione: albergo-bus-villaggio, visita al suk. Del Paese non vediamo nulla, se non il mare. E allora una verifica si impone; non a Djerba ma a Tunisi; non sulle spiagge, ma nelle università e nelle moschee. E non in un periodo qualunque, ma in pieno Ramadan, il mese, sacro, in cui i musulmani osservano il digiuno assoluto dall'alba al tramonto. Se esiste una deriva fondamentalista è in questi frangenti che ne cogli i sintomi, soprattutto nei confronti delle donne. È la prima domanda: sono davvero emancipate?
Vai nel campus della facoltà di diritto e hai l'impressione di non essere nel Maghreb, ma alla Statale di Milano. Le studentesse portano i jeans e le scarpe con i tacchi. Capelli al vento, indossano magliette dai colori vivaci, con il nome della griffe in evidenza. Sovente, attillate. Chiacchierano, scherzano, studiano assieme ai loro compagni maschi. Rispetto ai nostri costumi sociali, recepisci solo un po' più di pudore. Ti accorgi che quelle magliette sono sì aderenti, ma lunghe, con l'ombelico ben coperto; che il trucco sul volto è appena accennato e che nessuna ragazza ha la minigonna. Noti che le coppiette non manifestano, in pubblico, i loro sentimenti. I più audaci si siedono sulle panchine nascoste sotto gli alberi e, quasi impercettibilmente, si tengono per mano. Dettagli, peraltro non sgradevoli, di una società in cerca di un punto di equilibrio tra l'individualismo e le tradizioni comunitarie tipiche del Maghreb. E che riguarda anche le pratiche religiose.
Nelle famiglie della borghesia progredita, durante il Ramadan ognuno si comporta secondo coscienza: c'è chi lo rispetta e chi no. In quella in cui siamo stati ospiti, curiosamente erano più le donne che gli uomini a seguire il precetto. Ma, alla rottura del digiuno, tutti si ritrovano a casa per consumare assieme il pasto. Poco importa che siano le sei del pomeriggio, orario insolito per cenare, l'importante è stare assieme, nel rispetto, spontaneo, dei sentimenti e delle tradizioni religiose.
Questo è stato il primo Paese musulmano a riconoscere la parità dei diritti tra i due sessi. Non ammette la poligamia, accetta il divorzio e persino l'aborto. Il problema del velo islamico, che tanto tormenta l'Europa, qui è stato risolto venticinque anni fa, quando una circolare vietò di indossarlo nelle istituzioni pubbliche. E in economia ha compiuto progressi impressionanti: negli anni Sessanta il 40% della popolazione era indigente, ora solo il 4%; il Prodotto interno lordo continua a crescere al ritmo del 5-6% all'anno e il 60% della popolazione appartiene alla classe media.
E i fondamentalisti, dove sono? In teoria in Tunisia non esistono. Il regime ha reciso il problema alla radice: i leader integralisti non sono più in circolazione, essendo stati espulsi o arrestati. E nelle moschee i proclami inneggianti alla jihad non riecheggiano mai. Ancora una volta per mano del governo. E qui è importante capire. Nei Paesi cristiani, la laicità dello Stato è il risultato di una lunga lotta per sottrarre alla Chiesa il potere temporale. L'Islam, invece, non ha mai avuto una Chiesa e l'autorità religiosa è sempre dipesa da quella politica. Ieri, il Califfo o il Sultano, che proprio dall'Islam derivava la propria legittimità a governare. Oggi, sebbene in un contesto istituzionale completamente diverso, il presidente, attraverso un ministero della Religione, che forma, istruisce e poi colloca gli imam nelle moschee. Risultato: il Venerdì i sermoni non sono mai politici.
Eppure anche la Tunisia non è al riparo dal contagio integralista. Alcuni giovani riscoprono l'ortodossia e per strada incroci alcune ragazze velate. È un fenomeno largamente minoritario, ma in continua crescita. E allora ti chiedi: perché? Tecnicamente è facilmente spiegabile: gli imam neofondamentalisti aggirano i divieti locali grazie alle tv satellitari, seguitissime, e che concedono loro molto spazio. Ma la propaganda, per aver successo deve far leva un malessere diffuso, che non è sociale, né economico (nonostante una disoccupazione oltre il 10%), né culturale.
La Tunisia ha fatto tutto benissimo - con Burghiba prima e con Ben Ali negli ultimi 18 anni - tranne in un'area, quella politica. Il Paese continua ad essere retto da un regime autoritario: per accorgersene non sono necessari i rapporti dell'Onu o di Amnesty, basta leggere il quotidiano La Presse, che apre sempre la prima pagina con un articolo su tre colonne di elogio al governo corredato da una foto in posa del presidente Ben Ali. Un regime che però ha lasciato aperto qualche spazio di libertà, come quella concessa agli intellettuali non allineati, quasi sempre professori universitari, che possono viaggiare, scrivere articoli e libri, talvolta molto critici. Ma all'estero; in patria i loro scritti sono banditi - anche su Internet, che è censurata - e il dibattito resta limitato a sparuti circoli accademici, di fatto alla cerchia degli amici.
Quegli spazi oggi non bastano più, generano frustrazione non solo tra gli intellettuali, ma anche, e forse soprattutto, nella classe media, che continua a crescere ed è maturata. Non si accontenta più del benessere, vuole essere responsabilizzata, vuole poter gestire la società, vuole difendere la laicità, bloccando la diffusione dell'integralismo, che proprio nella frustrazione e nella rassegnazione trova il suo humus.
Questa Tunisia è sicura di poter spezzare l'ultimo tabù: quello della presunta incompatibilità tra Islam e democrazia.
marcello.foa@ilgiornale.it