L’islam moderato sarà la benzina del motore turco

Massimo Introvigne

Il seminario nazionale di ieri organizzato a Modena dalla Confindustria sulla Turchia prelude a una massiccia «missione imprenditoriale» italiana che andrà a Istanbul e Ankara dal 23 al 25 novembre e alla visita del presidente Ciampi, accompagnato da numerosi imprenditori, in dicembre. Dopo la Germania, l'Italia è ormai il secondo partner commerciale mondiale della Turchia: nel 2005 sarà superata la già impressionante cifra di 8,5 miliardi di euro del 2004, grazie anche alla crescita generale dell'economia turca, una delle più alte in Europa.
La Turchia ha cominciato a smentire a partire dagli anni 1980 il dogma sociologico, che risale alla fine dell'Ottocento e a Max Weber, secondo cui l'islam sarebbe incompatibile con il capitalismo. Non si può infatti sostenere che a favorire la crescita economica della Turchia sia stato il laicismo garantito dalla Costituzione di Kemal Atatürk: fino al 1980 l'economia turca rimaneva a livelli di terzo mondo. Dopo il colpo di Stato del 1980 i generali, pure custodi del laicismo, si mettono alla ricerca di un uomo politico capace di rilanciare l'economia e garantire, dopo i torbidi degli anni 1970, una riconciliazione nazionale. La loro scelta cade su Turgut Ozal, che diventerà successivamente presidente del consiglio e presidente della Repubblica nel 1989, prima di morire stroncato da un attacco di cuore del 1993. Dagli “anni Ozal” inizia il boom economico turco.
Funzionario della Banca Mondiale dal 1971 al 1973, perfettamente anglofono, economista di fama internazionale, e nello stesso tempo musulmano sufi inserito secondo le modalità più tradizionali nell'antica confraternita Naksibendi, Ozal - il primo capo del governo della Turchia repubblicana a recarsi in pellegrinaggio alla Mecca - è la prova vivente che si può essere insieme un economista di casa negli ambienti dei “poteri forti” di New York e il pio discepolo di uno shaykh della vecchia Istanbul, senza avvertire alcuna contraddizione, anzi rivendicando la matrice coranica di una tecnocrazia dal volto umano.
L'eredità di Ozal - i cui anni di governo sono spesso celebrati dall'attuale primo ministro Erdogan - vive soprattutto nel mondo economico islamico. Del boom degli “anni Ozal” hanno profittato per prime le piccole e medie aziende dell'Anatolia che, a differenza delle grandi società di Istanbul, sono spesso guidate da pii musulmani. Se è vero che le grandi compagnie di Istanbul, le più legate agli interessi stranieri, federate nell'organizzazione confindustriale Tusiad, sono considerate un pilastro del laicismo, le cosiddette “tigri dell'Anatolia”, le medie imprese della zona asiatica che hanno gran parte nel boom economico, hanno costituito nel 1990 una confindustria alternativa, il Musiad, la cui dirigenza afferma con vigore che l'islam moderato può diventare fattore di effettivo progresso economico.
Oggi molte aziende del Musiad sono diventate medio-grandi e uno dei segreti dei successi italiani in Turchia è la nostra capacità di trattare con il capitalismo islamico del Musiad e non solo con quello occidentalizzato del Tusiad, a cui in gran parte si fermano le relazioni di americani e giapponesi. Il modello economico turco è esportabile in quei paesi arabi, che - petrolio a parte - restano economicamente primitivi? L'esperienza di Ozal e del Musiad insegna che la questione è anche religiosa. Un islam fondamentalista è di impaccio all’economia; un islam moderato può ispirarla in modi originali e creativi.