L’islam oltranzista che terrorizza l’Occidente

Sono i wahabiti, la setta più oscurantista, oppressiva e fanatica, temuta dagli stessi musulmani moderati

nostro inviato a Tunisi
Era una delle voci più apprezzate del mondo intellettuale egiziano. Un ricercatore moderato e coraggioso, implacabile nel denunciare le falsità della propaganda fondamentalista. Poi, qualche mese fa, la svolta. Sayyad Al-Qemni annuncia: «Mi minacciano, ho paura, smetto di scrivere». Non sembra un bluff, il suo: dal 1992 al Cairo i pensatori laici vengono intimiditi dai fanatici; alcuni sono stati uccisi. Ma c’è dell’altro. Prendendo congedo dai suoi lettori, Al-Qemni rinnega se stesso. «Mi pento profondamente - scrive -. Mi scuso di aver scritto delle eresie». Per i suoi numerosi ammiratori nel mondo arabo è uno choc. Poi, dagli ambienti a lui vicini, trapela una dritta: la conversione sarebbe stata lautamente ricompensata. Un caso isolato? Tutt’altro, una prassi che si va consolidando.
Quando in Egitto o in Libano un opinionista progressista ottiene visibilità, è dapprima attaccato verbalmente da gruppi estremisti, poi viene avvicinato da dignitari che gli chiedono: qual è il tuo prezzo? Centomila, quattrocentomila, un milione di dollari? Cifre da capogiro, in Paesi dove spesso il reddito pro capite è di 2-3 mila dollari l’anno. Cifre di fronte alle quali quasi tutti capitolano; come quelle giornaliste televisive occidentalizzate che improvvisamente appaiono in video velate. O quegli studiosi ricompensati con un assegno di 3-4 mila dollari solo per assistere a un simposio di due giorni a Riad. Così, firma dopo firma, l’opinione pubblica modernista perde le proprie figure di riferimento.
Già, ma chi paga? Certo, non l’élite del posto, che per convenienza e tradizione è fedele al regime. Quella ricchezza proviene da lontano, soprattutto da un Paese: l’Arabia Saudita. Ed è propagatrice di un’idea dell’Islam totalmente estranea alle tradizioni arabo-africane. «È un aspetto cruciale che spesso sfugge a voi occidentali - spiega Hmida Ennaifer, docente di teologia all’Università Zitouna di Tunisi -. L’Islam propagato oggi dai neo-fondamentalisti trae origine da una scuola, quella dei wahabiti, che non ha nulla in comune con quelle del Maghreb o turca. È oscurantista e oppressiva, come noi non lo siamo mai stati. È pericolosa per voi europei, ma lo è innanzitutto per noi». Nei Paesi moderati, mese dopo mese, aumenta il numero delle donne che indossano il velo. Il venerdì le moschee, semivuote fino pochi anni fa, oggi sono strapiene. Al Qaida è una minaccia, ma più che le bombe di Bin Laden i musulmani moderati temono la diffusione nei loro Paesi della sua ideologia, quella dell’Islam retrivo.
E la chiave per capire sta tutta in quella parola: il wahabismo. Che cos’è? E a che cosa mira? «È uno dei due pilastri su cui si regge l’Arabia Saudita», commenta Antoine Basbous, direttore a Parigi dell’Osservatorio dei Paesi arabi. «Alla fine del Settecento la tribù dei Saoud strinse un patto con un predicatore, Mohammed Ibn And Al-Wahhab, che mirava a riportare l’Islam alla sua purezza originaria. Da allora si sono ripartiti i ruoli: la conduzione politica ed economica spetta alla casa regnante, quella religiosa e sociale agli imam».
Per oltre un secolo e mezzo l’Islam ha quasi ignorato l’esistenza di questa setta. A chi poteva interessare la folle predicazione di poche migliaia di beduini in una delle aree più arretrate del mondo, la penisola arabica? Ma il petrolio e la gestione dei luoghi santi - la Mecca e Medina - ha modificato il quadro. I wahabiti si sono ritrovati improvvisamente ricchi e sempre più visibili: l’inizio dell’era dei pellegrinaggi di massa ha offerto loro la possibilità di farsi conoscere e di propagare il loro credo in tutto l’Islam. Un proselitismo religioso, ovviamente, ma anche politico. Più il wahabismo si diffondeva, più il prestigio e l’influenza diplomatica del regime di Riad si rafforzava.
Una dottrina che, come rileva Basbous, «propone un’interpretazione del Corano letterale, bellicosa, intrisa di odio verso gli altri». L’Islam che segrega le donne, che non sopporta il progresso, che si arroga il diritto di proclamare la guerra santa (Jihad) contro gli infedeli (anche musulmani, quali vengono considerati gli sciiti). E che, dagli anni Settanta, conosce una diffusione esponenziale: sorgono moschee, scuole coraniche (le madrasse), organizzazioni caritatevoli. I predicatori fondamentalisti si impongono dentro e fuori il Regno. Creano una generazione di esaltati che negli anni Ottanta trova in Afghanistan l’opportunità di passare all’azione; tra di loro Osama Bin Laden.
Fino al 2001 i finanziamenti alimentano i due filoni: da un lato i missionari del nuovo Islam, dall’altro l’eversione integralista. «Dopo l’11 settembre, gli Usa lanciano un ultimatum a Riad: scegliete, con noi o contro di noi - spiega il direttore dell’Osservatorio dei Paesi arabi -. Il regime dapprima tergiversa, poi quando, nel maggio 2003, Al Qaida attacca la capitale saudita, si ricrede e taglia i finanziamenti alle organizzazioni direttamente collegate con i terroristi». Ma non basta, perché il fenomeno ha ormai assunto dimensioni gigantesche. Gli imam vicini al regime predicano la moderazione, ma sono poco influenti. La maggior parte dei religiosi resta su posizioni oltranziste. Il wahabismo è connaturato alla società saudita; difficile distinguere i «buoni» dai «cattivi», impossibile arrestare il flusso dei finanziamenti che, paradossalmente, è alimentato alla fonte dalle società capitalistiche. È un ciclo infernale: noi abbiamo bisogno del petrolio, il prezzo sale, le élite saudite intascano e girano parte dei fondi ai religiosi, che a loro volta finanziano la diffusione del verbo nel mondo islamico. E i mitra di Al Qaida.
Poco importa che la dottrina dei wahabiti sia estranea a quella della maggior parte dei Paesi musulmani. Loro possono comprare spazi sulle tv satellitari, sulle radio, stampare pubblicazioni integraliste, finanziare siti internet, aprire nuove madrasse, soprattutto in Pakistan. E mettere a tacere i giornalisti scomodi. «Sfruttano la rabbia e la frustrazione di una società civile araba avvilita da regimi anacronistici e afflitta da una profonda crisi di identità», commenta il pensatore tunisino Abdelmajid Charfi. La loro non è l’unica voce, ma certo è quella più udibile. Sanno idealizzare l’Islam e sfruttare l’ignoranza della gente. «Intimidiscono le donne, facendo credere loro che se non portano il velo e se mostrano i capelli finiranno all’inferno», rivela la studiosa Latifa Lakhdar, infaticabile paladina dei diritti femminili. E molte cedono, terrorizzate. Dimostrare l’infondatezza teologica serve a poco. La propaganda, in certi frangenti, è più forte della fede.
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