Ma l’islam radicale lo ha già proclamato «martire»

RomaOnore al «martire numero uno», al «vittorioso degli arabi», al combattente. Il suo sangue sia la linfa «della vendetta». «Avrei voluto sacrificarmi per salvarti», scrive un estremista venerante. Sui siti jihadisti si innalza un’ode. Osama Bin Laden, l’eroe del male, diventa il santo della follia. Shahid, il testimone di Allah.
Nel suo nome anonimi aspiranti kamikaze giurano la rappresaglia, ma per lui piange anche Hamas, con una nota ufficiale da brividi del capo del governo di Gaza, Ismail Haniyeh: la fine del leader di Al Qaida è «un omicidio degli Stati Uniti». Gli Usa sono responsabili dell’assassinio di «un mujahid combattente arabo», un «santo guerriero».
Lacrime e scetticismo si alternano, su Facebook una pagina dedicata a Maometto continua a spargere dubbi: «Crederemo alla morte di Bin Laden solo quando verrà confermata dagli jihadisti». Il sito in lingua araba arsarsunna raccoglie lo stupore e la tristezza dei fan del re del terrore: «La notizia mi ha colpito come un fulmine», scrive un frequentatore, naturalmente senza firma.
Nelle zone d’ombra della fede islamica, nella morale ribaltata dove il male è il bene e uccidere «gli atei e traditori» missione divina, la fascinazione per Bin Laden da vivo diventa promessa di fedeltà, consacrazione, preghiera per la sua anima: a Kandahar, nel cuore dell’Afghanistan talebano, l’agenzia Reuters ha raccolto lo sfogo di alcuni abitanti secondo i quali Osama è ora «il martire numero uno di Al Qaida» ed è «più forte da morto che da vivo». L’estremismo cieco lo vuole già santo, che nella terminologia islamica significa soprattutto «amico di Dio», idolo.
«Siamo tutti Bin Laden e siamo tutti martiri», scrive un altro fanatico internauta, seguito da un secondo: «Bin Laden non è morto e lascia dietro di sé migliaia di Bin Laden, Stati Uniti non festeggiate».
Ma quello che più stupisce è la reazione di Hamas, che arriva proprio alla vigilia dell’accordo di riconciliazione con l’Autorità nazionale palestinese, con cui costituirà un nuovo esecutivo transitorio incaricato di preparare le elezioni di fine anno. Pur sottolineando le differenze dottrinali tra Hamas e Al Qaida, Haniyeh, leader di Hamas, dichiara che l’uccisione di Bin Laden è «la continuazione della politica americana basata sull’oppressione e sullo spargimento di sangue arabo e musulmano». L’auspicio del partito che controlla la striscia di Gaza è che il terrorista saudita «benefici della misericordia divina, garantita ai fedeli e ai martiri».
A Quetta, città pakistana sede della «Shura», ovvero il consiglio direttivo di miliziani vicini ai talebani e ad al Qaida, centinaia di manifestanti si sono riversati in strada in onore del «combattente ucciso». La morte del terrorista più ricercato del mondo più che un successo sarà «un’ispirazione», secondo Qaribut Ustad Saeed, ora membro dell’alto consiglio afghano per la pace, ma con un passato nel gruppo ribelle Hezb-e-Islami, in odore di terrorismo per gli Stati Uniti: «Osama per i giovani musulmani era un simbolo più di un’altra cosa». E ora il rischio è che diventi una bandiera, il santo dell’anti-amore, l’intolleranza che uccide.
Bin Laden, «la nostra Luna», scrive un frequentatore del sito jihadista Shabaket Ansar al Mojahedin. La guerra Santa «non è finita», si rafforza nel nome del «cavaliere dell’islam», lo invoca sulla home page un infervorato sito web vicino ai qaidisti, Assad al Jihad (Il Leone della Jihad): la morte di Osama «ci rende più forti e pronti a colpire più a fondo».