"L’Isola dei famosi? Nuoterei nell’oro ma che figuraccia da vero Fantozzi..."

Intervista a Paolo Villaggio. L’attore riscrive la storia dei grandi nel provocatorio libro "Giudizio Universale". "La tv? È diventata noiosissima"

Testuale: «La ringrazio servilmente per la sua tolleranza». No, non è Fantozzi, molto meglio: è proprio Paolo Villaggio in persona e non ha neanche la lingua felpata. Ha appena parlato con inconsueto candore del suo nuovo libro, roba che piacerebbe molto al ragioniere dell’ufficio sinistri matricola 1001 barra bis. Nel Giudizio Universale (Feltrinelli, pagg. 160, euro 15), Villaggio, peraltro pieno di compiaciuto livore, manda a ramengo le convinzioni di qualsiasi liceale partendo dal motto megapadronale che «la storia non è mai credibile: è stata scritta da cortigiani». E non ha tutti i torti perché, da Tacito ai giornalisti embedded, è sempre stato così. In realtà, e lo si deve dire con la stessa tonalità della voce fuori campo nel «Secondo tragico Fantozzi», Cristoforo Colombo era un orrendo raccomandato, Beethoven sfruttava squallidamente la zia, Hitler in fondo gli islamici lo manderebbero in Paradiso. Perciò, volendo, il Giudizio Universale potrebbe essere un altro film di mostruoso successo, e sarebbe uno dei pochi a metter d’accordo tutta la critica, mica solo quella trombonesca cui poi segue dibattito.

Maestà Villaggio, come inizierebbe questo film?
«Come il libro: “Si accende una luce accecante”. La Terra è stata distrutta da un asteroide e l’umanità quindi si presenta a giudizio. C’è il Padreterno vagamente invecchiato, forse con sintomi di Alzheimer, al quale il segretario – che è la Colomba della Pace – annuncia che è il giorno del giudizio».

In fondo lo attende da un bel po’.
«Pensava di giudicare da solo. In realtà si trova di fianco a Maometto, a Buddha, a Gesù, alle divinità indiane e a svariati intrusi».

Quindi?
«Mi immagino che i cristiani e gli ebrei vorrebbero condannare Hitler mentre i musulmani, in fondo, gli concederebbero il Paradiso».

Siamo al dunque.
«Questa è la vera sostanza del libro: la distruzione dell’unico angolo visuale che spesso crediamo esistere. Non è mai l’unico».

Quindi lei non è giustizialista?
«Tutt’altro. Ad esempio, chi dice che Giuda, essendo il discepolo preferito da Gesù, non abbia inteso il tradimento come gesto d’amore per il Messia? Per amore ha accettato di essere considerato per sempre un segno del male».

Non fa una grinza.
«Ho trasformato i ricordi di noi studenti del liceo classico».

Solo di quelli sessantenni, però.
«I giovani ormai non hanno più memoria, gli basta Google che rende tutti eguali. Invece ai miei tempi, ai tempi di Gassman e Moravia, noi eravamo tutti memorizzatori feroci e peraltro alle donne piaceva un sacco. Non ci sono più gli affabulatori come Montanelli, che sapeva tutto: il telefonino li ha miseramente sostituiti».

Va bene, maestà Villaggio: però nel suo libro niente attualità?
«Ma no, parlare di Berlusconi o di Bersani mi sembra inflazionato».

Però di Bersani l’altro giorno ha dato la definizione giusta.
«E’ il Fantozzi della politica».

Il primo libro di Fantozzi è del 1971, il primo film del 1975. Sembra ieri.
«No sembra oggi perché ancora mi chiedono di farlo, anche se ho 79 anni».

E perché no?
«Non è più il caso: Fantozzi è quella maschera là fissata nel tempo, inutile tirarla fuori. E comunque non ne ho più voglia, sono troppo vecchio».

Le rimane la tv.
«Ma no, non me la sento di andare all’Isola dei Famosi, anche se mi riempirebbero di soldi. La tv è roba per vecchi sedentari. Preferisco scrivere libri».

Chi legge «Giudizio Universale» sorride. Ma è una risata diversa da quella di Fantozzi o di Fracchia: è una risata di stupore, non di compatimento.
«Ed è attuale. Ho cercato di raccontare i grandi del passato com’erano davvero. Scoprendo che i loro difetti erano gli stessi dei potenti di oggi».

Fantozzianamente, potrebbe proseguire senza pietà in questa distruzione del luogo comune.
«E difatti sto scrivendo la vera storia di Carlo Martello».

Lei scrisse con De André «Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers», anno 1963.
«Sembrava un grande. Ma se leggi bene la sua storia, scopri che è stato semplicemente un ometto che gli è andata di culo».